Pisani in Questura a Milano: «Meglio un arresto in meno e un controllo in più». E sulle perquisizioni l’altolà dopo il caso Cinturrino
Da visita “di ringraziamento” a resa dei conti: «Vogliamo capire come si è arrivati a questa situazione»
La visita in Questura era stata programmata come un «ringraziamento» ai dirigenti e al personale per «l’enorme sforzo» legato all’Olimpiade. Ma ieri, a Milano, il clima è cambiato: non una passerella istituzionale, bensì — nelle parole del capo della polizia Vittorio Pisani — l’occasione per «capire come si è arrivati a questa situazione», nel pieno delle ricadute del caso Cinturrino.
Pisani è arrivato alle 15.15 in via Fatebenefratelli con i prefetti Diego Parente (capo della segreteria del Dipartimento) e Alessandro Giuliano (capo della Direzione centrale anticrimine, già alla Mobile di Milano negli anni di Expo). Davanti a loro, nella sala intitolata al vicequestore del commissariato Ticinese Paolo Scrofani (morto in servizio nel 2002), si sono riuniti dirigenti e funzionari della Questura, delle specialità e dei commissariati.
Tra i presenti anche Osvaldo Rocchi, alla guida del presidio di Mecenate, oggi sotto i riflettori per il caso Cinturrino. Per Pisani quanto emerso dalle indagini sull’uccisione di Abderrahim Mansouri è «un episodio gravissimo»: una definizione che, dentro quelle stanze, pesa come una linea di confine.
L’avvertimento ai vertici: «Meglio un arresto in meno e un controllo in più»
Pisani ha indicato un punto di ripartenza: il lavoro dei colleghi della Mobile, capaci di indagare con «rigore» su un fatto “gravissimo” che vedeva al centro un «agente». Ma il messaggio non è stato consolatorio: ai dirigenti e ai funzionari dei commissariati ha chiesto di «controllare di più», di «cercare di essere più presenti», di non farsi guidare dalla sola logica di numeri e statistiche.
Il senso, riassunto nella formula più tagliente: «Meglio un arresto in meno e un controllo in più». Tradotto: meno corsa al risultato, più presidio quotidiano e responsabilità di comando.
Perquisizioni sotto lente: «Fatevi chiamare prima»
L’affondo più operativo riguarda le attività di polizia giudiziaria, con un focus esplicito sulle perquisizioni, definite fasi delicate in cui “è soprattutto la professionalità degli operatori” a fare la differenza. Proprio lì — secondo quanto richiamato nell’incontro, in vicende ancora al vaglio della Procura legate all’assistente capo Cinturrino e anche in altri filoni su agenti infedeli — possono annidarsi comportamenti oltre le regole.
La consegna è netta, quasi procedurale: «Fatevi chiamare prima, fatevi avvisare prima di eseguire le perquisizioni». Un richiamo che, in un momento così esposto, suona come richiesta di tracciabilità, supervisione e catena di comando.
«Controllare sempre» negli uffici: presidio e riferimento (anche contro l’omertà)
Pisani ha insistito sulla necessità di «controllare sempre» ciò che avviene negli uffici: essere presidio, ma anche punto di riferimento e interlocutore per gli agenti con meno esperienza. L’obiettivo implicito è disinnescare zone grigie e silenzi. Anche perché, sullo sfondo, resta la frase pronunciata dal sindaco Beppe Sala: «la molta omertà dei colleghi» intorno alla vicenda Cinturrino.
Dopo un punto con il questore Bruno Megale e l’incontro a Palazzo Diotti con il prefetto Claudio Sgaraglia, Pisani è tornato in Questura insieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Piantedosi: «Fatti gravi», ma «patrimonio prezioso» della Repubblica
Piantedosi ha voluto parlare personalmente a dirigenti e funzionari: «Per rinnovare ancora una volta il mio apprezzamento e la mia gratitudine» per un lavoro svolto anche in contesti difficili. E ha blindato il perimetro istituzionale: per professionalità, equilibrio, senso dello Stato e competenza, le donne e gli uomini in divisa sono «un patrimonio prezioso della Repubblica» — patrimonio che «non può essere oscurato da comportamenti individuali, per quanto gravi e inaccettabili».
Sul merito dell’inchiesta, il ministro ha riconosciuto che le indagini sull’omicidio hanno fatto emergere «un quadro doloroso», soprattutto per chi “serve lo Stato”. Ha ricordato che le prime ricostruzioni, nell’immediatezza, sembravano restituire uno scenario completamente diverso, poi superato dal «lavoro puntuale» delle indagini.
L’auspicio finale è politico e comunicativo insieme: nel dibattito pubblico, ha detto, ci si soffermi sulla condanna di chi si è macchiato di quelle condotte e sull’apprezzamento per magistrati e poliziotti che in tempi brevi hanno accertato la verità, «senza indulgere in inopportune strumentalizzazioni». E l’episodio di Rogoredo, «per quanto gravissimo», secondo Piantedosi non può intaccare “una lunga storia di dedizione, disciplina e servizio” delle forze di polizia.
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