Microchip europei e americani ritrovati fra i componenti dei nuovi droni a lungo raggio russi
Un’esclusiva del quotidiano ucraino Kyiv Independent ha recentemente rivelato da un’analisi dei droni a lungo raggio russi di ultima generazione “Geran 5”, abbattuti nelle ultime settimane sui cieli dell’Ucraina, che fra le componentistiche adoperate dal Cremlino figurerebbero anche microchip di produzione occidentale.
Per l’intelligence di Kyiv i droni sarebbero equipaggiati, al fianco di elementi di provenienza cinese come le turbine Telefly, con prodotti delle aziende statunitensi Texas Instruments, CTS Corporation e Monolithic Power Systems e della tedesca Infineon Technologies.
Le autorità ucraine hanno sottolineato che questi dispositivi non sono normalmente destinati all’uso militare e sono impiegati in applicazioni civili, come sistemi industriali o elettronica di ampio consumo. Tuttavia, la loro presenza in armamenti russi ha destato viva preoccupazione sull’efficienza delle sanzioni occidentali e del cordone sanitario costruito attorno al complesso militare-industriale russo. Già in una precedente inchiesta la redazione del Kyiv Independent aveva messo in luce gravi vulnerabilità al riguardo dopo esser riuscita ad acquistare chip americani fingendosi un’impresa del settore della difesa russo.
Il caso cade in concomitanza con la preparazione da parte dell’Unione europea del ventesimo pacchetto di sanzioni alla Federazione Russa, previsto per il mese di febbraio entro la data d’anniversario dell’invasione su vasta scala. Il fine del nuovo pacchetto, oltre a rinnovare ed ampliare precedenti provvedimenti, sarebbe proprio quello di circoscrivere il più possibile lo spazio per comportamenti elusivi del regime sanzionatorio, chiudendo tutte le potenziali lacune e falle legislative al momento esistenti.
La persistenza di prodotti cyber europei getta un’ombra sullo sviluppo delle sanzioni e del parallelo EU Cybersecurity Act, attualmente in fase di revisione per far fronte a potenziali minacce informatiche e rafforzare l’autonomia strategica e la resilienza delle industrie dell’Unione nel settore.
Al momento la Russia produce circa 3.000 droni di tipo Geran, progettati sulla falsariga degli Shahed iraniani, adoperando perlopiù materiale di produzione nazionale e appoggiandosi a componenti tecnologiche cinesi. La scoperta divulgata dal Kyiv Independent potrebbe suggerire un massiccio impiego di microchip occidentali in tutta la linea produttiva di quello che è uno dei principali mezzi con cui Mosca sta scagliando attacchi a tappeto sulla capitale ucraina e sulla sua popolazione civile.
“Stiamo trovando strumenti e alla fine contrasteremo i droni di tipo Shahed”, ha da poco dichiarato il presidente Zelensky, aggiungendo: “Senza ciò, non c’è modo di sopravvivere”. L’affermazione è arrivata insieme alla richiesta agli Stati Uniti di missili Patriot contro i droni, che stride particolarmente con il coinvolgimento, seppur indiretto, del sistema produttivo statunitense nella produzione dei Geran.
Mentre la tedesca Infineon Technologies ha promesso al Kyiv Independent un’inchiesta interna affermando di “prendere la situazione molto seriamente”, i suoi corrispettivi americani hanno declinato di rispondere alle scoperte effettuate dal quotidiano.
L’evento, la cui piena portata è ancora tutta da verificare, costituisce un precedente preoccupante per l’Ucraina, che continua a fare affidamento sul sostegno occidentale sia sul piano militare che sul fronte tecnologico e delle sanzioni, ritenute fondamentali per limitare le capacità della macchina bellica di Mosca in un frangente particolarmente critico come è finora stato quello di questo inizio di anno nuovo, segnato da un significativo incremento dei bombardamenti su Kyiv nel mezzo dei continui rivolgimenti diplomatici che caratterizzano i negoziati in corso.

