Esteri

L’Unione europea alla prova dell’allargamento: ecco i Paesi in corsa verso Bruxelles

 

La Commissione europea presenta oggi il pacchetto annuale sull’allargamento, l’esercizio con cui valuta i progressi dei Paesi candidati verso l’adesione. Ma questa volta, più che in passato, il documento assume una valenza geopolitica decisiva: dall’Ucraina ai Balcani, l’allargamento è tornato al centro della politica europea e rappresenta, secondo osservatori a Bruxelles, “un test di credibilità per l’Unione stessa”.

Secondo Euronews (3 novembre), il rapporto arriva in un momento in cui il 56% dei cittadini europei si dichiara favorevole all’espansione del blocco, il livello più alto mai registrato dal 2007. Tuttavia, proprio mentre cresce il consenso pubblico, aumentano le difficoltà politiche interne ai Ventisette: divisioni, veti e lentezze istituzionali rischiano di vanificare i progressi tecnici dei Paesi candidati.

L’accelerazione di Kyiv, Chişinău e Tirana

La Commissione sottolineerà la “velocità record” con cui Ucraina e Moldovia hanno realizzato le riforme necessarie per l’apertura dei negoziati di adesione. Entrambe, candidate dal 2022, sono ormai “pronte ad aprire tutti e sei i cluster negoziali”, secondo le anticipazioni di Radio Free Europe/Radio Liberty. Kyiv ha mantenuto un ritmo impressionante nonostante la guerra, mentre Chişinău ha resistito a una guerra ibrida condotta dalla Russia per destabilizzare il governo proeuropeo di Maia Sandu.

Nel Mattinale si parla di “balzo in avanti tecnico mai registrato”, ma anche di “ottimismo sobrio”: le difficoltà politiche non mancano, dal veto del premier ungherese Viktor Orbán – che impedisce l’avvio formale dei negoziati – alle tensioni interne ai Paesi membri su come riformare l’Unione per renderla capace di funzionare con 32 o 35 membri.

Tra i Balcani occidentali, Albania e Montenegro sono i Paesi più avanti. Tirana, guidata da Edi Rama, ha aperto cinque cluster negoziali in un solo anno, “a un ritmo senza precedenti”, secondo la Commissione. Il premier albanese punta a chiudere i capitoli entro il 2027 e ad aderire all’UE nel 2029. Il Montenegro, da parte sua, mira a completare il lavoro tecnico entro la fine del 2026 per diventare membro a pieno titolo nel 2028.

Serbia sotto osservazione, la Georgia arretra

Sul versante opposto, la Serbia emerge come il caso più problematico. Secondo Table.Media e l’agenzia bulgara BGNES, la relazione della Commissione sarà particolarmente negativa nei confronti di Belgrado, accusata di ambiguità tra l’obiettivo europeo e la vicinanza a Mosca. Il rapporto – anticipano le due testate – segnala “progressi limitati” e denuncia la repressione delle proteste e la pressione esercitata sulle organizzazioni civiche.

Il Mattinale parla di un “arretramento parziale” e osserva che il presidente Aleksandar Vučić continua a proclamare un futuro europeo per la Serbia, ma “molti segnali dicono il contrario”.

Situazione difficile anche in Macedonia del Nord, dove il processo di adesione è bloccato per la mancata riforma costituzionale, e in Bosnia-Erzegovina, dove la struttura istituzionale derivata dagli accordi di Dayton frena le riforme. Ancora più critico il caso della Georgia, dove, scrive RFE/RL, “il governo ha compiuto una pericolosa regressione democratica, allontanandosi dai valori europei” — un giudizio che conferma le chiose del Mattinale, secondo cui Tbilisi “è caduta nella trappola della Russia”.

Riforme rinviate e rischio di paralisi

Un elemento politico cruciale, rivelato da The New Union Post, è che la Commissione ha separato la comunicazione sulle riforme interne dell’UE da quella sull’allargamento: il pacchetto sarà pubblicato il 4 novembre, ma la parte dedicata alle modifiche istituzionali per preparare l’Unione ai nuovi ingressi è stata rinviata. Una decisione che riflette la difficoltà dei Ventisette nel trovare un consenso su temi come il voto a maggioranza qualificata e la riforma dei trattati.

Le chiose del Mattinale avvertono che, senza un segnale politico chiaro, “la Russia potrebbe sfruttare la paralisi per rientrare nei Paesi candidati dalla porta sul retro”. Bruxelles prova a reagire con la proposta di “integrazione graduale”: permettere ai candidati di entrare progressivamente in alcuni programmi comuni – difesa, energia, roaming, pagamenti – per rendere tangibili i benefici dell’adesione prima dell’ingresso formale.

Il nodo francese e la credibilità europea

Restano interrogativi anche sul fronte interno. Il Mattinale ricorda che, se il Montenegro entrerà davvero nel 2028, la Francia dovrà decidere se sottoporre l’adesione a referendum: un passaggio politicamente delicato in vista delle presidenziali del 2027, dove l’estrema destra è in vantaggio.

Nel complesso, l’allargamento si conferma come la sfida più politica dell’Unione. Ursula von der Leyen – scrive Table.Media – punta a mantenere un approccio “graduale e pragmatico”, evitando di riaprire la questione dei trattati. Ma il rischio, sottolineano più fonti europee, è che l’UE, incapace di riformarsi, finisca per penalizzare i nuovi entranti.

“Possiamo avere per la prima volta nella storia un’Europa unificata”, si legge nel Mattinale. “Ma dobbiamo restare credibili.” È questa, più che mai, la posta in gioco del pacchetto 2025: non solo l’allargamento dei confini, ma la capacità dell’Unione di tenere insieme ambizione geopolitica e coesione interna.

 

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