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Iran, la repressione esplode: Teheran abbandona ogni cautela e schiaccia le proteste con forza, mentre cresce la pressione internazionale

 

Dopo due settimane di manifestazioni costate centinaia di morti e un blackout di internet quasi totale durate quattro giorni, il regime iraniano tenta di ripristinare il controllo sul Paese, mentre crescono le minacce di un’azione da parte degli Stati Uniti. Le organizzazioni iraniane per i diritti umani con sede all’estero avevano inizialmente stimato il bilancio delle vittime a oltre 500, mentre altre cifre indicano che il numero di manifestanti uccisi dalle forze iraniane potrebbe arrivare fino a 6.000. Numeri che non possono essere verificati a causa di un blackout quasi totale di Internet che è durato oltre 84 ore al 12 gennaio.

Commentando a Euractiv Italia la situazione in corso nel Paese, l’analista geopolitico Nima Baheli evidenzia come Teheran abbia cambiato postura dopo una fase iniziale più pragmatica nei primi dieci giorni di proteste, adottando una linea molto più dura e richiamando, nella propria narrazione, gli attacchi contro simboli religiosi e politici del regime.

Baheli richiama anche i dati circolati nei giorni scorsi sul bilancio delle vittime. “Sulle circa 500 persone uccise, una cinquantina apparterrebbero alle forze dell’ordine”, osserva l’analista, secondo cui anche questo elemento entra a pieno titolo nella narrazione ufficiale: “Nei filmati che circolano si vedono gruppi armati che sparano, incendiano, attaccano. È su questo che il regime costruisce la propria risposta”.

Il blackout informativo imposto nel fine settimana viene letto come parte integrante di questa strategia. “Con l’oscuramento delle comunicazioni era verosimile che volessero ‘risolvere il problema’ lontano dagli occhi dell’opinione pubblica”.

Quanto all’andamento delle proteste, l’analista distingue nettamente le diverse fasi con numeri cresciuti in modo consistente dall’8 al 10 gennaio, sia in termini di partecipazione sia di diffusione geografica, mentre l’11 gennaio l’affluenza sì è ridotta anche a causa della repressione molto più dura messa in campo.

Sul piano territoriale, vi sarebbero segnali di un allargamento anche alle aree periferiche e minoritarie rispetto alla protesta iniziata nel Grande bazar di Teheran per contestare l’ulteriore svalutazione del rial e che si è poi allargata venendo capitalizzata anzitutto dai monarchici.

Alcune manifestazioni sono avvenute anche nella regione dell’Azerbaigian – gli azeri rappresentano circa il 30% della popolazione iraniana – e anche in Kurdistan, quest’ultima regione al centro delle grandi proteste del 2022 contro la morte della giovane curda Mahsa Amini e da cui nacque il movimento Donna, vita, libertà. Secondo l’analista, proprio tra giovedì e sabato “le dimensioni della mobilitazione antigovernativa sono cresciute in modo più evidente, non a caso seguite dall’introduzione del blackout” di internet.

Secondo Baheli, dopo il picco di proteste dei giorni scorsi è cambiata anche la gestione mediatica della crisi da parte delle autorità. “È interessante notare che alcuni filmati dei cadaveri, esposti davanti agli edifici pubblici, siano stati diffusi dagli stessi media di regime. È un messaggio diretto ai manifestanti: guardate che fine fate se scendete in piazza”.

In parallelo vengono mostrate anche le immagini di agenti picchiati o uccisi. “È una strategia duplice: intimidire chi protesta e, allo stesso tempo, mobilitare la base del sistema facendo leva sulla paura del caos”.

A dimostrare questa situazione le manifestazioni pro-regime elogiate dall’ayatollah Ali Khamenei e a cui hanno partecipato a Teheran anche il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e che hanno coinvolto anche regioni come l’Azerbaijan iraniano, il Kurdistan, il Baluchistan e la regione di Ahvaz. Secondo stime diffuse da fonti ufficiali, solo a Teheran avrebbero partecipato circa 1,2 milioni di persone.

Un altro aspetto rilevante riguarda il blackout tecnologico. Secondo Baheli, l’Iran sarebbe riuscito a interrompere fino al 90% dei flussi di comunicazione satellitare Starlink grazie anche a una cooperazione con Russia e Cina. “È plausibile che strumenti di guerra elettronica sviluppati dai russi in Ucraina siano stati trasferiti in Iran e testati sul campo”, osserva. “Pechino e Mosca non agiscono solo per sostenere un alleato, ma anche per trarre insegnamenti utili ad altri scenari, da Taiwan all’Ucraina”.

In questo contesto si inseriscono anche le indiscrezioni sul vertice del potere giudiziario. Secondo fonti informate, l’ayatollah Alireza A’rafi sarebbe prossimo a sostituire Gholam-Hossein Eje’i alla guida della Corte Suprema dell’Iran. Una nomina che, se confermata, indicherebbe una duplice volontà da parte del regime. Da un lato, la scelta di A’rafi segnalerebbe l’intenzione di irrigidire ulteriormente la repressione delle proteste.

Considerato un esponente “duro e puro” dell’apparato religioso, A’rafi è noto per la sua insistenza sulla diffusione dell’ideologia della Repubblica islamica e dell’Islam sciita. In passato ha rivendicato di aver contribuito, attraverso l’istituto Al-Mostafa, alla conversione di circa 50 milioni di persone allo sciismo nell’arco di otto anni, un dato spesso citato per sottolinearne il profilo ideologico e militante.

Secondo Baheli, la sua eventuale ascesa alla presidenza della Corte Suprema avrebbe anche una valenza strategica sul piano della successione. Tradizionalmente, infatti, la guida dell’apparato giudiziario rappresenta uno dei passaggi chiave nel percorso dei cosiddetti “delfini” verso il ruolo di Guida suprema. In questo senso, la promozione di A’rafi verrebbe letta come un segnale di continuità e di rafforzamento della linea più intransigente del sistema, in una fase percepita come esistenziale per la Repubblica islamica.

Cresce la pressione internazionale

A livello internazionale la pressione sull’Iran cresce sempre di più, con il governo che starebbe tentando di avere un contatto con gli Stati Uniti, dopo che domenica il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump aveva affermato di aver incontrato funzionari iraniani e rappresentanti dell’opposizione all’estero, minacciando una possibile azione militare.

In un’intervista rilasciata all’emittente del Qatar Al Jazeera, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha confermato di aver avuto comunicazioni con l’inviato speciale USA, Steve Witkoff. Riguardo alla possibilità di un incontro, Araghchi ha affermato che “ci sono idee sul tavolo che stiamo studiando”.

Anche dall’Europa stanno aumentando le pressioni su Teheran. Come sottolineato durante il briefing di mezzogiorno a Bruxelles dal portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna, Anwar el Anouni, l’UE sta discutendo l’introduzione di nuove sanzioni contro l’Iran e la possibile designazione del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica, i pasdaran, come organizzazione terroristica.

“Stiamo preparando una proposta per sanzioni più severe”, ha affermato el Anouni, aggiungendo che “sono in corso discussioni riservate tra gli Stati membri in merito alla designazione di organizzazioni terroristiche e sono in corso le relative procedure”. Il portavoce ha precisato di non poter “entrare nei dettagli”, ma ha ricordato che, secondo le regole dell’UE in materia di sanzioni, ogni decisione di questo tipo deve essere adottata all’unanimità dai Ventisette.

In precedenza, era stata l’Alta rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza dell’Unione europea, Kaja Kallas, a rivelare, in una dichiarazione a Politico, di voler proporre nuove sanzioni all’Iran.

I Paesi Bassi stanno facendo pressione affinché l’UE inserisca il Corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane nell’elenco delle organizzazioni terroristiche, ha affermato lunedì il ministro degli Esteri olandese David van Weel in un post sui social media.

Il ministro olandese ha inoltre chiesto sanzioni “mirate” nei confronti di coloro che violano i diritti umani e chiudono i canali di comunicazione.

Il Parlamento UE “vietato” ai diplomatici iraniani

Una dura presa di posizione è stata presa dal Parlamento europeo che ha impedito ai diplomatici iraniani di entrare nei suoi edifici a causa della brutale repressione dei manifestanti da parte di Teheran, secondo quanto annunciato lunedì dalla presidente Roberta Metsola.

Citato da Euractiv.com, un funzionario del Parlamento ha affermato che il divieto è in vigore a Bruxelles, Strasburgo, Lussemburgo e in tutti gli uffici di collegamento del Parlamento nelle città europee.

Nelle ultime settimane Metsola si è scontrata con l’ambasciata iraniana a Bruxelles per il suo fermo sostegno ai manifestanti. La missione diplomatica dell’Iran presso l’UE l ha accusata di “disgustosa ipocrisia” in un post sui social media la scorsa settimana.

In un post sui social media pubblicato lunedì, Metsola ha affermato che il Parlamento “non contribuirà a legittimare questo regime che si è sostenuto attraverso torture, repressioni e omicidi”.