Editoriale

Il poliziotto indagato e il riflesso condizionato italiano

C’è una regola elementare che dovrebbe valere sempre, soprattutto quando di mezzo c’è un processo penale: non si giudica ciò che non si conosce. Giudicare un’indagine o un atto giudiziario senza aver letto le carte è come recensire un film senza averlo visto o valutare la prova di un attore limitandosi al trailer. È un esercizio sterile e spesso disonesto.

Possibile riflessione

Detto questo – e proprio perché le carte non le conosciamo – una riflessione è comunque possibile. Non sui profili tecnici del procedimento di Milano, che spettano alla magistratura, ma su un’atavica anomalia italiana, che emerge a prescindere dal contenuto degli atti.

Parlo del riflesso automatico con cui una parte dell’opinione pubblica, del giornalismo e della politica si schiera immediatamente contro le forze di polizia, a prescindere da ciò che è accaduto. Succede sempre e accade persino in casi come questo, dove – almeno per come i fatti sono stati inizialmente rappresentati – si parla di un poliziotto che avrebbe reagito a una apparentemente minaccia armata.

Ora, proprio perché non conosciamo le carte, non si può dire se quel poliziotto abbia agito legittimamente oppure no. Ma, per la stessa identica ragione, non si può nemmeno affermare il contrario.

La posizione corretta, l’unica seria, sarebbe il silenzio vigile: aspettare, leggere, capire. Invece no. Scatta subito la pregiudiziale contro la divisa, come se la colpa fosse in re ipsa, come se l’uso dell’arma da parte di un agente fosse di per sé una deviazione, un fallimento morale prima ancora che giuridico.

Il corto circuito culturale

Qui si innesta l’aspetto più allarmante. Sembra ormai passare l’idea che il poliziotto possa sparare solo dopo aver dimostrato, ma col senno di poi, di aver realmente rischiato la vita. Come se la valutazione dovesse essere fatta a freddo, in aula, con il fermo immagine e il rallenty. Ma chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale sa che le decisioni operative si prendono in pochi secondi, sulla base delle informazioni disponibili in quel momento, non di quelle ricostruite mesi dopo.

Da giurista, sia chiaro, non rivendico alcuno scudo penale. Non serve inventarsi esenzioni dalla responsabilità. Il nostro ordinamento già prevede una disciplina equilibrata: l’articolo 53 del codice penale, se applicato con criterio e senza ideologia, consentirebbe di risolvere immediatamente molti casi che oggi diventano processi mediatici prima ancora che giudiziari.

Il problema, quindi, non è normativo. È culturale. Manca in Italia una cultura popolare, giornalistica e politica di affiancamento alle forze di polizia. Non di copertura, non di impunità, ma di leale sostegno istituzionale. Manca la capacità di sospendere il giudizio, di non trasformare ogni intervento armato in una colpa presunta, di non leggere la divisa come un aggravante anziché come una funzione.

La condizione imprescindibile

Questo affiancamento, però, ha una condizione imprescindibile: quando un appartenente alle forze dell’ordine viola le regole, in modo comprovato, deve essere punito con la massima severità. Non solo per ciò che ha fatto, ma per il danno – questa volta reale e giustificato – che arreca all’intero corpo di appartenenza. È proprio la fermezza verso chi sbaglia che rende credibile la tutela verso chi agisce correttamente.

Finché non capiremo che garantismo e sostegno allo Stato non sono concetti opposti, continueremo a muoverci in questo cortocircuito permanente: processi anticipati, sentenze sui social, e una polizia lasciata sola proprio nel momento in cui allo Stato servirebbe più lucidità e meno tifoserie.


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