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“Gheregheghez!” a Nuova Delhi: il grido di Tajani che accende la polemica, ma cosa significa? (video)

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Il video virale che divide l’opinione pubblica

Un video diventato virale sui social network ha acceso il dibattito attorno al Ministro degli Esteri Antonio Tajani, ripreso durante un ricevimento ufficiale a Nuova Delhi mentre si lancia in un fragoroso “Gheregheghez!” insieme a un gruppo di militari italiani. Un episodio che ha immediatamente spaccato l’opinione pubblica tra chi lo interpreta come un momento di goliardia e chi lo giudica fuori luogo per un rappresentante delle istituzioni in un contesto diplomatico formale.

La scena: esultanza istituzionale in un contesto formale

Le immagini mostrano Tajani esultare con il particolare grido, accompagnandolo con il gesto della mano che mima l’atto di afferrare. Il contesto è quello di un ricevimento ufficiale in India, durante una missione diplomatica. Il motivo della celebrazione è il potenziale riconoscimento della cucina italiana come patrimonio immateriale dell’UNESCO, considerato un successo per la diplomazia culturale italiana. Accanto al ministro, alcuni ufficiali dell’Aeronautica Militare si uniscono all’urlo, rendendo la scena ancora più peculiare rispetto alla formalità dell’occasione.

Il “Gheregheghez”: tre volte, a pieno fiato, come l’aquila in picchiata

Ripetuto tre volte con quanto più fiato possibile, il “Gheregheghez” è il celebre grido dell’Aeronautica Militare. Nato nel 1924 all’interno del 1° Stormo Aeroplani da Caccia, divenne prima il grido della Caccia italiana e successivamente si estese a tutti i reparti della Regia Aeronautica e poi dell’Aeronautica Militare.

Secondo la tradizione, si tratta di un’onomatopea che richiama il verso dell’aquila nell’atto di gher-mire la preda, simbolo di forza, virilità e ardore. Non a caso il gesto che spesso accompagna il grido richiama proprio l’artiglio che si chiude, a evocare l’azione rapida e decisiva del rapace.

Dai campi d’aviazione della Grande Guerra al rito conviviale

Il grido trae origine dai “saluti alla voce” urlati sui campi d’aviazione durante la Prima Guerra Mondiale, in occasione di un rientro vittorioso, per onorare i piloti caduti o come invocazione propiziatoria prima di una missione particolarmente rischiosa. In quelle circostanze, l’urlo dell’aquila racchiudeva emozioni opposte: la gioia della vittoria, il dolore per le perdite, la tensione prima del volo.

Con il tempo, il “Gheregheghez” è entrato nella vita quotidiana dei reparti: lo si sente a mensa, durante i brindisi, nelle ricorrenze o nelle riunioni conviviali, sempre come segno di appartenenza e identità condivisa.

La memoria delle origini: il racconto di Giulio Lazzati

Così Giulio Lazzati racconta la nascita di quella tradizione, in un’epoca in cui l’aquila volava più per passione che per mezzi:

Negli anni immediatamente antecedenti la sua costituzione, l’aviazione italiana viveva una fase segnata da gravi difficoltà economiche e politiche. Gli uomini erano pochi, i mezzi ancora meno; gli aeroplani, Spad VII e Spad VIII residuati di guerra, erano logori e sparuti. Il personale operava tra l’indifferenza degli alti comandi e la tolleranza dei governi dell’epoca, andando avanti sorretto quasi esclusivamente dall’entusiasmo di chi aveva combattuto nei cieli del Montello, di Pola, di Vienna, di Primolano, di Cattaro, di Istrana.

Tradizione contro protocollo

È questo patrimonio di simboli, memoria e spirito di corpo, incarnato dall’aquila come emblema, che per alcuni rende comprensibile il gesto di Tajani, anche alla luce del suo passato nell’Aeronautica. Per altri, però, resta centrale il nodo del contesto: un Ministro degli Esteri chiamato a rappresentare l’Italia all’estero, in un quadro formale che richiede misura e sobrietà. La polemica, amplificata dai social, mette così a confronto due piani diversi: quello della tradizione militare interna e quello dell’immagine istituzionale proiettata sulla scena internazionale.

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