Crosetto chiama il carabiniere condannato: una telefonata che rompe il silenzio dello Stato
Lo Stato che supera la formalità
Un gesto che va oltre la ritualità istituzionale e restituisce allo Stato un volto umano, concreto, credibile. Non una dichiarazione ufficiale, non una nota stampa, ma una telefonata privata che, a nome delle istituzioni, esprime solidarietà autentica e vicinanza a chi ha rischiato la vita per difendere i cittadini.
La chiamata inattesa del Ministro
Una telefonata arrivata senza preavviso, in uno dei momenti più difficili sul piano personale e familiare. Dall’altra parte della linea, una voce riconosciuta solo dopo pochi istanti: quella del Ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il destinatario è il Brigadiere dei Carabinieri Emanuele Marroccella, condannato in primo grado a tre anni di reclusione, con pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici e un ingente risarcimento alle parti civili, per i fatti avvenuti a Roma nel settembre 2020.
«Pensavo fosse uno scherzo»
«Io non conoscevo nessun Guido, pensavo fosse uno scherzo… poi ho capito che dall’altra parte del telefono c’era il Ministro della Difesa». Lo stupore iniziale lascia spazio alla consapevolezza di un gesto raro. «Il tono della sua voce e le sue parole erano quelle di un padre: “Continua a credere nello Stato e nella Giustizia nei prossimi gradi di giudizio e non sentirti mai solo”».
Il peso della sentenza
Parole che arrivano dopo una condanna che ha lasciato segni profondi. «In quel momento ho percepito quel calore umano di cui avevo bisogno, un sollievo dopo lo sconforto che mi aveva trasmesso la sentenza di condanna in primo grado, una condanna che ha fatto piangere me e la mia famiglia». Non solo un procedimento giudiziario, ma una frattura emotiva che colpisce l’uomo prima ancora del militare.
L’uniforme come giuramento
«Quelle parole mi danno la forza per affrontare con più serenità i futuri gradi di giudizio e continuare a credere in ciò che ho giurato il giorno in cui, con orgoglio e onore, ho indossato per la prima volta l’uniforme dei Carabinieri». È il senso del servizio che resiste, anche quando la fiducia vacilla e il peso delle responsabilità sembra schiacciare chi opera sul campo.
«La divisa non può diventare una colpa» – Il commento di La Fortuna
“Questo episodio non può essere archiviato come un semplice gesto di sensibilità personale. È un segnale politico e istituzionale che va riconosciuto. Ringrazio il Ministro della Difesa Guido Crosetto e il Governo per aver dimostrato, con un atto concreto, di essere realmente al fianco delle Forze dell’Ordine.
Negli ultimi tempi chi indossa una divisa si sente sempre più solo. Si lavora in condizioni operative complesse, spesso al limite, con la costante paura che qualsiasi decisione presa — anche nel pieno rispetto delle norme — possa trasformarsi in un problema giudiziario devastante. Non è possibile garantire sicurezza ai cittadini se chi la assicura vive nel timore permanente di finire sotto processo per aver fatto il proprio dovere.
Non si può pretendere fermezza, lucidità e sacrificio e poi lasciare i servitori dello Stato senza una tutela chiara, senza una difesa istituzionale forte. La sicurezza non si costruisce delegando il rischio esclusivamente a chi opera sul territorio. La divisa non è una colpa, né può diventarlo.
Quella telefonata ha rotto un silenzio che stava diventando assordante. Ora serve continuità, servono scelte politiche coraggiose, servono regole che tutelino davvero chi serve lo Stato. Perché uno Stato che lascia soli i suoi uomini migliori è uno Stato che indebolisce sé stesso.” È il commento di Giuseppe La Fortuna Segretario Nazionale USMIA
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