Carabiniere ferito durante l’inseguimento: «Colpito, non ho ceduto e ne ho acciuffato uno. La divisa è tatuata sulla pelle»
Una corsa disperata nelle campagne salentine, un corpo a corpo violento, il sangue e poi l’ospedale.
È il racconto lucido e diretto di un carabiniere rimasto ferito durante le concitate fasi dell’inseguimento ai responsabili dell’assalto armato sulla statale 613, tra Lecce e Brindisi. Un’azione criminale che ha trasformato una mattina qualunque in uno scenario di altissimo rischio per cittadini e forze dell’ordine.
Il militare, ora ricoverato nel reparto di Ortopedia dell’ospedale “Fazzi” di Lecce, ha raccontato dal letto d’ospedale quei minuti interminabili: nonostante fosse stato colpito al volto, non ha ceduto, riuscendo a bloccare uno dei malviventi dopo una violenta colluttazione a mani nude.
“La divisa ce l’ho tatuata sulla pelle”
Parole semplici, ma pesanti come macigni.
Il carabiniere descrive l’inseguimento iniziato nelle campagne di Trepuzzi, la corsa tra ulivi e sterrati, il tentativo del fuggitivo di depistare i militari lasciando cadere un borsone, poi lo scontro fisico. Un pugno in faccia, poi un altro. Infine la lotta a terra, fino all’arrivo dei colleghi che hanno permesso il definitivo fermo del soggetto.
Solo dopo la cattura, il dolore ha preso il sopravvento.
Il militare è stato soccorso e trasportato in ospedale, dove ha ricevuto la visita del generale Benincasa, che ha voluto stringergli la mano e riconoscere il valore dell’azione compiuta. Un gesto simbolico, ma carico di significato.
Un inseguimento di oltre 15 chilometri
L’operazione che ha portato alla cattura dei responsabili è stata il risultato di un lavoro di squadra complesso e ad altissima tensione. Più pattuglie coinvolte, colpi d’arma da fuoco esplosi contro un’auto di servizio, una fuga durata oltre quindici chilometri tra strade provinciali e centri abitati.
I carabinieri hanno operato in condizioni estreme, mettendo a rischio la propria incolumità per proteggere quella dei cittadini, fino a chiudere il cerchio nelle campagne tra Brindisi e Lecce. Nessuna esitazione, nessuna ritirata: solo il dovere portato fino in fondo.
Il commento di Giuseppe La Fortuna (USMIA Carabinieri)
A intervenire sulla vicenda è Giuseppe La Fortuna, Segretario Nazionale USMIA Carabinieri, con parole nette e prive di retorica:
“Questo non è un racconto epico.
È la cronaca cruda e reale di cosa significa indossare una divisa oggi.”
“Un carabiniere colpito, ferito, che non arretra. Che non si ferma. Che continua a correre, a lottare, a rischiare la vita a mani nude contro criminali armati. Non per eroismo, ma per senso del dovere. Perché lo Stato, in quel momento, era lui.”
La Fortuna sottolinea come dietro gesti che l’opinione pubblica definisce “eroici” si nasconda spesso una realtà ben più dura:
“Mentre celebriamo il coraggio di questi uomini — che non chiedono medaglie ma rispetto — non possiamo ignorare una verità scomoda: i carabinieri continuano a garantire sicurezza pagando un prezzo altissimo, spesso in solitudine, con mezzi insufficienti, organici ridotti e tutele inadeguate.”
Un messaggio chiaro, che va oltre il singolo episodio:
“Qui non c’è retorica. C’è sangue, fatica, dolore.
C’è una divisa ‘tatuata sulla pelle’ che però non può e non deve diventare una condanna.”
E infine l’impegno sindacale:
“Continueremo a pretendere che a questo coraggio corrispondano rispetto concreto, protezione reale e diritti certi. Perché il dovere non può essere eroismo obbligato. E lo Stato non può limitarsi ad applaudire dopo.”
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