Cambia l’Inno di Mameli: sparisce il «sì» finale. Il decreto del Colle e la svolta sull’esecuzione ufficiale
Il decreto del Presidente della Repubblica: il quadro normativo completo
Il 14 marzo 2025 è stato emanato il Decreto del Presidente della Repubblica sulle modalità di esecuzione dell’Inno nazionale, ai sensi dell’articolo 1 della legge 4 dicembre 2017, n. 181. Il provvedimento è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 104 del 7 maggio 2025 ed è entrato in vigore il giorno successivo alla pubblicazione.
Il decreto è firmato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, su proposta della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ed è stato deliberato dal Consiglio dei ministri nella riunione del 13 marzo 2025.
Il fondamento giuridico: il ritorno al testo e allo spartito originali
Il decreto richiama espressamente il riconoscimento del testo de “Il Canto degli Italiani” di Goffredo Mameli e dello spartito musicale originale di Michele Novaro quale Inno nazionale della Repubblica.
Il riferimento diretto è alla legge n. 181 del 2017, che individua nel testo e nella musica originari gli unici parametri ufficiali, escludendo aggiunte non presenti nella versione primigenia.
L’ordine dello Stato Maggiore: eliminato il «sì» finale
In applicazione del decreto, lo Stato Maggiore della Difesa ha emanato, il 2 dicembre 2025, un ordine operativo che dispone che, nelle cerimonie militari di rilevanza istituzionale, quando l’inno è eseguito nella versione cantata, non debba essere pronunciato il «sì!» finale dopo il verso «Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò».
La disposizione, firmata dal generale di divisione Gaetano Lunardo, Capo del I Reparto dello Stato Maggiore dell’Esercito, è stata trasmessa a tutti i reparti, compresa la Guardia di Finanza, con l’ordine di assicurarne la scrupolosa osservanza fino al livello di Stazione SAGF.
Come va eseguito l’inno nelle cerimonie ufficiali
L’articolo 2 del decreto stabilisce che l’Inno nazionale è uno dei simboli rappresentativi della Repubblica italiana e deve essere eseguito rispettandone il valore storico e ideale. Durante l’esecuzione i presenti devono essere in piedi, in posizione composta, in silenzio o partecipando col canto.
Nelle cerimonie alla presenza del Presidente della Repubblica, di una bandiera di guerra o d’istituto, nonché in occasione delle festività nazionali, in Italia e all’estero, l’Inno deve essere eseguito senza introduzione, ripetendo due volte le prime due quartine e due volte il ritornello, come previsto dallo spartito originale di Novaro.
La partitura ufficiale e il ruolo del Cerimoniale di Stato
Il decreto affida al Cerimoniale di Stato della Presidenza del Consiglio dei ministri la pubblicazione, sul sito istituzionale del Governo, della partitura ufficiale e della registrazione audio di riferimento, eseguita dalla banda interforze, per l’esecuzione orchestrale o bandistica dell’Inno.
Sul medesimo sito sono pubblicati, come riferimenti ufficiali, gli autografi dello spartito di Novaro e del testo di Mameli.
Eventi sportivi e manifestazioni pubbliche: più flessibilità
Al di fuori delle cerimonie istituzionali più solenni, il decreto consente maggiore libertà esecutiva. In occasione di eventi sportivi di rilevanza nazionale o internazionale, di eventi o sedi di istituzioni pubbliche, o di manifestazioni pubbliche, l’Inno può essere eseguito:
- integralmente;
- con introduzione;
- con variazioni di tonalità o voci;
- con altri complessi strumentali o basi registrate.
Restano comunque salve le disposizioni specifiche previste per il comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico.
Il nodo storico del «sì»: tra filologia e tradizione
Il decreto non menziona esplicitamente il «sì» finale, ma il richiamo esclusivo al testo e allo spartito originali ha reso vincolante la sua eliminazione nelle esecuzioni ufficiali.
Nell’edizione critica curata da Maurizio Benedetti e pubblicata nel 2019 dalle Edizioni del Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, è documentato che il «Sì» fu aggiunto da Novaro e non compare nel testo autografo di Mameli.
Era questa la versione sostenuta in passato dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Il decreto del 2025 sancisce invece una linea rigorosamente aderente alla fonte originaria, archiviando una consuetudine popolare che per decenni aveva accompagnato la chiusura dell’Inno nazionale.
La domanda che resta: Perchè?
Perché intervenire oggi su un simbolo identitario, cancellando un dettaglio che per decenni ha unito voce, gesto e ritualità collettiva.
Dietro il rigore filologico, il sospetto resta: quando si mette mano all’inno, non è mai solo una questione di note.
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