“Bella Ciao” e cori anti-Meloni: se lo avessero fatto poliziotti e militari, oggi si parlerebbe di sanzioni e trasferimenti
I video pubblicati da numerosi giornali e ampiamente rilanciati nel dibattito pubblico hanno trasformato quanto avvenuto il 23 marzo 2026 al Palazzo di Giustizia di Napoli in un caso politico e istituzionale. Le immagini dei magistrati che cantano “Bella Ciao” e intonano il coro “Chi non salta Meloni è” hanno provocato una indignazione diffusa e riaperto una questione che riguarda direttamente la credibilità delle istituzioni: vale per tutti lo stesso dovere di neutralità oppure no?
È da qui che nasce il confronto con il comparto difesa e sicurezza. Perché in Italia chi indossa una divisa sa bene che una esposizione pubblica di questo tipo, con contenuto apertamente politico e ostile al governo in carica, non verrebbe trattata come un episodio folkloristico o come una semplice esternazione privata. Verrebbe subito letta, prima di tutto, come un possibile problema di disciplina, imparzialità e compatibilità con la funzione.
Per i militari la neutralità è un dovere pieno
Per i militari la distanza dalla competizione politica è un obbligo previsto dall’ordinamento. Nel dibattito il riferimento è l’articolo 1483 del Codice dell’Ordinamento Militare, che impone l’estraneità alle competizioni politiche e vieta la partecipazione a manifestazioni di partiti o movimenti.
Tradotto in termini concreti, significa che un militare ripreso mentre canta slogan politici contro il governo si esporrebbe immediatamente a una verifica interna. La valutazione partirebbe da un dato essenziale: chi porta l’uniforme non può permettersi comportamenti che compromettano, o anche solo facciano apparire compromessa, la propria neutralità istituzionale. Nel mondo militare, infatti, il principio è netto: non conta solo essere imparziali, conta anche apparirlo.
In un caso del genere potrebbero quindi aprirsi accertamenti disciplinari e, in base alla gravità del fatto, alle modalità, al contesto e alla posizione del singolo, potrebbero seguire sanzioni proporzionate previste dall’ordinamento. Il punto non è stabilire ex ante quale misura sarebbe adottata, ma riconoscere un dato difficilmente contestabile: il problema si porrebbe subito e in modo formale.
Per la Polizia di Stato il profilo disciplinare sarebbe inevitabile
Anche per la Polizia di Stato il margine è assai ristretto. Il riferimento normativo richiamato più spesso è il D.P.R. 737/1981, che disciplina i profili disciplinari del personale e richiama il dovere di un comportamento conforme al prestigio e al decoro delle funzioni.
Se un appartenente alla Polizia di Stato fosse ripreso in un contesto pubblico mentre partecipa a cori apertamente schierati contro l’esecutivo, il caso verrebbe quasi certamente esaminato sotto il profilo disciplinare e amministrativo. A seconda delle circostanze, potrebbero infatti essere valutati non solo i profili di condotta, ma anche quelli relativi alla incompatibilità ambientale, con le conseguenze previste dai regolamenti e dalla prassi amministrativa.
Anche qui vale lo stesso principio: non si tratta di automatismi da descrivere in modo grossolano, ma di una certezza sul piano istituzionale. Per un poliziotto una esposizione politica di questa natura non passerebbe inosservata né sarebbe considerata irrilevante.
Magistrati, un ordinamento diverso ma non senza limiti
Il nodo più delicato sta proprio qui. I magistrati appartengono a un ordinamento differente, protetto dall’indipendenza costituzionale, e non possono essere assimilati meccanicamente né ai militari né ai poliziotti. Ma questa differenza non elimina il problema di fondo: anche la magistratura vive sulla fiducia del cittadino nella sua terzietà.
Per questo il tema non è se i magistrati abbiano o meno libertà di espressione, ma dove si collochi il limite quando quella espressione diventa pubblica, collettiva e politicamente marcata. Nel dibattito vengono richiamati il Codice Etico dell’ANM, con i principi di equilibrio, dignità e misura, e il ruolo del CSM nella valutazione di condotte che possano riflettersi sul prestigio dell’ordine giudiziario.
Il problema, insomma, non è negare ai magistrati i diritti che spettano a ogni cittadino. Il problema è stabilire se un coro apertamente contro il capo del governo sia compatibile con l’immagine di imparzialità che la funzione giudiziaria richiede.
La percezione di un doppio standard è il vero detonatore della polemica
Ciò che ha reso il caso Napoli particolarmente esplosivo è la percezione di un doppio standard. Da una parte ci sono categorie dello Stato — in particolare Forze Armate e Polizia — per le quali l’esposizione politica pubblica viene tradizionalmente considerata ad alto rischio sotto il profilo disciplinare. Dall’altra c’è una magistratura che, almeno agli occhi di una parte dell’opinione pubblica, appare sottoposta a una soglia di tolleranza più ampia quando l’esternazione assume una forma politica evidente.
È questa percezione ad aver alimentato l’indignazione diffusa. Non perché gli ordinamenti siano uguali, ma perché uguale dovrebbe essere, agli occhi dei cittadini, l’esigenza di proteggere la credibilità delle istituzioni. E quando chi giudica viene visto cantare slogan contro una parte politica, mentre chi porta una divisa sa che un gesto simile potrebbe costargli carissimo, il senso di squilibrio diventa inevitabile.
Il richiamo alla sobrietà istituzionale resta centrale
Il tema investe direttamente anche il profilo della sobrietà e della misura pubblica richieste a chi esercita funzioni di rilievo costituzionale. In questo senso pesano i richiami, più volte emersi nel dibattito istituzionale, alla necessità che la magistratura custodisca con rigore la propria autorevolezza e la propria credibilità.
Perché il punto non è soltanto il diritto individuale a esprimere un’opinione. Il punto è il ruolo. Più la funzione è delicata, più diventa essenziale evitare comportamenti che possano essere letti come manifestazioni di appartenenza o ostilità politica. Questo principio, nel comparto militare e nelle forze di polizia, è da sempre applicato in modo severo. Ed è proprio per questo che il caso Napoli ha provocato una reazione così forte.
Per militari e poliziotti il messaggio è chiaro da tempo
Chi serve lo Stato in uniforme conosce bene il confine. Sa che il dovere di fedeltà alle istituzioni passa anche attraverso la rinuncia a forme di protagonismo politico pubblico che possano compromettere, o far apparire compromessa, l’imparzialità del servizio. Sa che un video, un coro, una manifestazione, un gesto simbolico possono aprire verifiche, contestazioni, provvedimenti.
Per questo la domanda che oggi circola con maggiore forza nel comparto difesa e sicurezza è tanto semplice quanto scomoda: se quei cori li avessero intonati militari o poliziotti, qualcuno avrebbe davvero parlato di semplice libertà di espressione? Alla luce delle regole che governano quei mondi, la risposta appare a molti fin troppo evidente.