Carabinieri

Arresto “ingiusto” e falso attentato: cinque carabinieri condannati a risarcire il Ministero dell’Interno per 143 mila euro

Un caso che torna a galla dopo vent’anni

A oltre ventun anni dai fatti, la Corte dei Conti regionale ha messo la parola (forse provvisoria) su una delle vicende più oscure che abbiano mai coinvolto l’Arma dei Carabinieri in Puglia.
Cinque militari, all’epoca in servizio presso la Compagnia di Fasano, dovranno risarcire il Ministero dell’Interno con oltre 143 mila euro per un arresto “prefabbricato”, costruito a tavolino nel marzo 2004 ai danni di una coppia di Ostuni.
La sentenza della sezione giurisdizionale per la Puglia, presieduta da Alberto Mingarelli (consiglieri Pierpaolo Grasso e Giovanni Natali), è stata depositata nei giorni scorsi.


Il falso attentato e l’arresto costruito

Nelle notti tra il 5 e il 6 marzo 2004, i carabinieri eseguirono una perquisizione nell’abitazione di Carmelo Vasta (scomparso nel 2024, a 48 anni) e Maria Loparco, oggi 58 anni.
Durante il blitz furono rinvenuti una pistola e due bombe a mano, che – secondo la versione ufficiale – sarebbero servite a compiere un attentato proprio contro i militari. I due vennero arrestati in flagranza.

Ma l’allora sostituto procuratore Antonio Negro, insospettito da incongruenze, avviò un’indagine che smontò completamente la versione dei carabinieri.
Fu un cittadino albanese, coinvolto nella messinscena, a rivelare la verità: le armi erano state collocate dai militari stessi, desiderosi di ottenere un ritorno d’immagine e di carriera, fingendo di essere bersaglio di un attentato.


L’operazione inscenata per “fare carriera”

Secondo quanto accertato nei due gradi di giudizio penale, alcuni dei militari coinvolti inscenarono l’intera operazione con la complicità dell’informatore albanese, incaricato di portare le bombe a casa dei coniugi per consentire un arresto “in flagranza”.
Un piano studiato nei dettagli per creare un presunto caso di terrorismo contro l’Arma, e così ottenere visibilità e riconoscimenti professionali.
Il risultato, invece, fu un disastro giudiziario e morale che travolse la compagnia e mise in crisi la fiducia dei cittadini.


Le condanne penali: un terremoto per l’Arma

Il tribunale di Brindisi nel 2011 e la Corte d’appello di Lecce nel 2012 condannarono i militari per falso ideologico, calunnia, arresto illegale, abuso d’ufficio e ricettazione di armi, tra le altre accuse.
Le pene, rideterminate in appello, variarono tra i tre e i cinque anni di reclusione, mentre nel 2014 la Cassazione annullò parzialmente la sentenza per alcuni capi d’imputazione, rinviando a una nuova sezione della Corte d’appello di Lecce.
Nonostante gli sconti di pena e le prescrizioni, la responsabilità morale e disciplinare rimase scolpita negli atti: un colpo durissimo per l’immagine dell’Arma.


Il risarcimento agli innocenti e il danno allo Stato

Nel 2015, gli avvocati Francesco Sabatelli (per Vasta) e Giacinto Epifani e Martina Sardelli (per Loparco) citarono in giudizio i carabinieri e il Ministero dell’Interno, chiedendo il risarcimento dei danni subiti dai due ostunesi.
La sezione civile del Tribunale di Lecce, nel 2021, riconobbe pienamente la fondatezza della richiesta: il Ministero fu condannato a versare oltre 143 mila euro ai due cittadini ingiustamente arrestati.

L’Avvocatura distrettuale sconsigliò di presentare appello, e la somma venne pagata.
Proprio questo esborso pubblico è alla base della nuova sentenza della Corte dei Conti, che ha stabilito che i cinque carabinieri devono restituire quella cifra allo Stato, ritenendoli responsabili di danno erariale.


Una ferita ancora aperta

La sostituta procuratrice generale Maria Stefania Balena ha sostenuto l’accusa contabile, ottenendo la condanna in solido dei cinque ex militari.
La decisione potrà essere impugnata, ma segna un nuovo capitolo in una vicenda che, dopo più di due decenni, continua a pesare come un macigno sulla storia giudiziaria e sull’immagine dell’Arma dei Carabinieri.

Una storia di abusi, ambizione e ingiustizia che si chiude – almeno per ora – con la condanna al risarcimento di chi, per “lustro e carriera”, aveva calpestato la verità.

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