“Anche il presidente serbo Vucic era in una postazione per i safari umani a Sarajevo”: l’inchiesta milanese scuote i Balcani
Cecchini, turisti di guerra e civili nel mirino
La vicenda dei cosiddetti “Sarajevo Safari” si arricchisce di nuovi, pesanti elementi. Si tratta dei presunti viaggi organizzati negli anni ’90, durante l’assedio di Sarajevo, per consentire a facoltosi “turisti di guerra” italiani e stranieri di sparare a civili inermi, inclusi donne e bambini. Un macabro intrattenimento pagato a caro prezzo, mentre la capitale bosniaca viveva uno degli assedi più lunghi e sanguinosi dell’Europa contemporanea: tra il 1992 e il 1996 morirono oltre 10.000 persone, colpite da bombe e colpi di cecchino.
La denuncia contro Vucic approda a Milano
Nel cuore dell’indagine italiana compare ora anche il nome del presidente serbo Aleksandar Vucic. Il giornalista investigativo croato Domagoj Margetic ha depositato alla Procura di Milano una denuncia formale, dopo aver diffuso sui social quelli che sostiene essere video, foto e audio in grado di collegare Vucic – allora giovane volontario – a una delle postazioni da cui i cecchini sparavano sui civili.
Secondo Margetic, l’attuale presidente avrebbe operato tra 1992 e 1993 in un’unità paramilitare legata al Partito Radicale Serbo, di stanza nell’area del Cimitero Ebraico, una delle postazioni più utilizzate dai tiratori scelti e, secondo le accuse, messa a disposizione anche dei paganti “turisti”.
Le immagini contestate: un teschio, un casco ONU e un fucile (o un ombrello)
Tra il materiale diffuso da Margetic spicca un video che il giornalista attribuisce al 1993: si vede un uomo che lui identifica come Vucic a bordo di un veicolo recante un teschio umano e un casco blu delle Nazioni Unite.
Un altro filmato lo mostra insieme a Vojislav Šešelj e altri uomini armati. Per i sostenitori del presidente, però, l’oggetto in mano non sarebbe un fucile: parlano di un televisore, un treppiede da telecamera, e Vucic stesso sostiene si trattasse di un ombrello. L’ufficio presidenziale ha bollato le accuse come “disinformazione malevola” e “politicamente motivata”, ribadendo che Vucic “non ha mai partecipato a combattimenti né usato armi”.
L’indagine milanese e il ruolo degli italiani
La Procura di Milano ha avviato un’inchiesta dopo la segnalazione del giornalista Ezio Gavazzeni e dopo aver ricevuto informazioni su cittadini italiani, russi e americani che potrebbero aver pagato per partecipare ai “safari umani”.
Tra le testimonianze raccolte spicca quella dell’ex diplomatico italiano Michael Giffoni, che racconta come nel 1994, mentre era di servizio a Sarajevo, fu informato dell’arrivo di sospetti “turisti di guerra”. L’intelligence italiana SISMI sarebbe intervenuta per bloccare tali viaggi, senza però riuscire a identificare nomi precisi.
Accuse, prudenza e richieste di trasparenza
Gli esperti dei Balcani invitano alla cautela. La ricercatrice Helena Ivanov avverte che “accuse straordinarie richiedono indagini complete e trasparenti”, sottolineando che le storie di guerra spesso mescolano fatti e leggende.
L’analista Jasmin Mujanovic, che ha pubblicato un video di un veicolo con teschio e ossa incrociate, sostiene invece che esisterebbero “prove crescenti”, anche negli archivi del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, a supporto dell’esistenza dei “safari umani”.
Un’inchiesta destinata ad ampliarsi
Mentre la Procura di Milano prosegue gli accertamenti e prepara una lista di testimoni, funzionari e analisti internazionali chiedono chiarezza su una delle vicende più controverse ereditate dalla guerra in Bosnia.
Il nome di Vucic, tra smentite categoriche e nuove denunce, resta ora al centro di un caso che promette di estendersi oltre i confini italiani.
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