Carabinieri “pagati male da sempre”: USMIA cita Montagnani e spiega il no al rinnovo del contratto
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Dalla satira del 1981 alla realtà di oggi
Un monologo cinematografico di 45 anni fa torna al centro del dibattito sindacale nel Comparto Sicurezza e Difesa. USMIA Carabinieri rilancia infatti le parole pronunciate da Renzo Montagnani, nel ruolo del Generale Nencini, nel film I Carabbinieri del 1981, diretto da Francesco Massaro, per spiegare le ragioni della mancata firma al rinnovo contrattuale 2025-2027.
Secondo il sindacato, quella che allora appariva come una satira amara oggi fotografa una condizione diventata non più sostenibile: stipendi inadeguati, caro vita crescente e prospettive pensionistiche sempre più incerte per il personale dell’Arma.
Il messaggio scelto da USMIA Carabinieri è racchiuso nel motto: «Ispirandoci al nostro glorioso passato, adeguiamolo al presente e costruiamo insieme il futuro».
Caforio: “Montagnani descrisse la nostra identità”
A intervenire è il Segretario Generale di USMIA Carabinieri, Carmine Caforio, che lega direttamente il richiamo al film alla condizione attuale dei militari dell’Arma.
«Ogni volta che ascolto Montagnani provo una profonda emozione e, con un sentimento che ritengo condiviso da molti colleghi anziani di servizio e non solo, mi domando: perché non trasformiamo questo messaggio in chiave moderna?», afferma Caforio.
Per il Segretario Generale, il punto centrale è preservare il senso profondo del servizio: «Per rimanere nel cuore di chi ci ha resi l’Istituzione più amata e affinché l’Arma dei nostri figli non diventi un lavoro da impiegato, ma resti una vocazione, non dobbiamo perdere quello che i Carabinieri di Montagnani erano per i cittadini».
“Uomini pagati male da sempre”: la frase che torna attuale
USMIA Carabinieri richiama uno dei passaggi più significativi del monologo:
«I carabinieri sono uomini pagati male da sempre, ma non protestano, non scioperano. Si immolano ogni mattina senza che nessuno dica loro grazie».
Parole che, secondo Caforio, rappresentano ancora oggi «la fotografia più autentica» dell’identità dei Carabinieri: «Uomini semplici e coraggiosi che danno tutto senza chiedere nulla».
Ma il sindacato sottolinea una differenza sostanziale rispetto al 1981. Se allora il messaggio aveva la forza della satira, oggi viene letto come il segnale di una vera emergenza sociale interna al comparto.
«Con lo stipendio di un Carabiniere non si arriva a fine mese», afferma Caforio, denunciando una situazione aggravata dal costo della vita e da un sistema che, secondo USMIA, non garantisce adeguata dignità economica a chi serve lo Stato.
Perché USMIA Carabinieri non ha firmato il rinnovo del contratto
Il riferimento al film diventa così la chiave politica e sindacale per spiegare il no al rinnovo del contratto del Comparto Sicurezza e Difesa per il triennio 2025-2027.
«Non potevamo firmare un’intesa che, come recitava il buon Montagnani, lascia i Carabinieri, uomini e oggi anche donne, ancora mal pagati dopo 45 anni e costretti a vivere di promesse», dichiara Caforio.
Secondo USMIA Carabinieri, il nodo non riguarda soltanto la retribuzione attuale, ma anche il futuro previdenziale del personale. Il sindacato parla infatti di una prospettiva «drammatica» rispetto al passato: «Oggi, con queste regole e con un caro vita che continua a salire vertiginosamente, la pensione li renderà ancora più poveri».
Una condizione che Caforio definisce incompatibile con la dignità del ruolo: «Questa non è dignità e, se le promesse non si trasformano presto in certezze, il futuro economico diventerà sempre più preoccupante».
Le Stazioni dell’Arma come presidio del territorio
Nel messaggio rilanciato da USMIA trova spazio anche un altro passaggio del monologo:
«In questo paese che si sfascia ogni giorno di più… l’unica pietra ferma, solida, sono i carabinieri».
Per Caforio, quelle parole «sembrano scritte oggi». Il Segretario Generale richiama il ruolo dell’Arma come presidio quotidiano di sicurezza e legalità, soprattutto attraverso la capillarità delle Stazioni sul territorio nazionale.
«Mentre tutto cambia, la sicurezza vacilla e tutto crolla, una sola cosa è rimasta ferma: il Carabiniere presente con le sue Stazioni in ogni angolo del nostro Paese», afferma.
Secondo USMIA, proprio questa presenza costante rappresenta uno degli elementi che rendono il Carabiniere un punto di riferimento per i cittadini: «Siamo l’unico punto di riferimento che non ha mai abbandonato il territorio e tradito i cittadini».
“La gente chiama il 112 perché sa che noi ci siamo sempre”
Il terzo passaggio citato dal sindacato riguarda il legame tra Arma e popolazione:
«Noi Carabinieri siamo nel cuore, siamo nella fantasia della gente… la gente sa che noi saremo sempre, immancabilmente qui, presenti».
Una frase che Caforio interpreta come il nucleo della vocazione del Carabiniere: esserci sempre, anche quando il riconoscimento economico e istituzionale non appare proporzionato al sacrificio richiesto.
«Eccola la nostra forza», sottolinea. «Ci fanno ancora le barzellette, ma poi chiamano il 112 perché sanno che noi ci siamo sempre. Questa è la vocazione che vogliamo difendere».
L’appello al Governo: “Valorizzare la dignità economica”
USMIA Carabinieri rivolge quindi un appello diretto al Governo, chiedendo interventi concreti per riconoscere il valore del servizio prestato dai militari dell’Arma.
«Non possiamo continuare a chiedere ai nostri giovani, che sono figli di un’epoca diversa da quella della satira di Montagnani, di essere sempre presenti e costantemente reperibili, se poi lo Stato non è in grado di valorizzare la loro dignità economica», afferma Caforio.
Il Segretario Generale richiama anche il tema dei diritti e della vita familiare del personale in uniforme, chiedendo condizioni più aderenti alle trasformazioni della società moderna e alle esigenze delle famiglie.
Al centro resta anche la questione pensionistica, definita «sempre più preoccupante e incerta».
“L’Arma resti una vocazione, non un semplice impiego”
La posizione di USMIA Carabinieri si chiude con il richiamo al proprio motto: «Ispirandoci al nostro glorioso passato, adeguiamolo al presente e costruiamo insieme il futuro».
Per Caforio, il passato evocato dal monologo di Montagnani non deve restare soltanto memoria o nostalgia, ma diventare un punto di partenza per aggiornare il rapporto tra Stato, Carabinieri e cittadini.
«Ispiriamoci a quel passato glorioso», afferma. «Adeguiamolo al presente consentendo a chi è al servizio dei cittadini 24 ore su 24 di vivere dignitosamente, per costruire insieme il futuro di un’Arma che resti una vocazione, non un semplice impiego».
La Fortuna: “La vera battaglia era contro un contratto da elemosina, non contro chi chiede comandanti presenti”
Sul punto interviene con parole durissime il Segretario Nazionale di USMIA Carabinieri, Giuseppe La Fortuna, che non si limita a denunciare l’insufficienza economica del rinnovo, ma riapre anche la ferita della polemica sulla reperibilità dei comandanti.
«Centinaia di comandanti hanno ricordato una verità semplice, quasi banale: quando c’è un Carabiniere in difficoltà, quando un militare resta solo davanti a un problema operativo, umano o disciplinare, dietro deve esserci un comandante reperibile, non una porta chiusa, non un telefono spento, non un alibi burocratico. Questo mi ha confermato che la stragrande maggioranza dei comandanti conosce bene i propri doveri e non ha bisogno di lezioni da nessuno».
Poi l’affondo: «Mi aspettavo però ben altra indignazione. Mi aspettavo una presa di posizione feroce contro un contratto che pretende di liquidare la dignità dei Carabinieri con nemmeno 60 euro di aumento, una cifra che oggi non copre neppure il peso reale del caro vita. Mi aspettavo più coraggio nel contrastare quei comandanti detrattori che storcono il naso davanti alle rivendicazioni dei colleghi più fragili. Mi sarei aspettato più determinazione nel contrastare i comandanti detrattori, quelli che dimenticano cosa significhi guidare uomini e donne in uniforme. E soprattutto mi sarei aspettato una posizione più netta per difendere i deboli, perché il sindacato non nasce per accarezzare i forti, ma per dare voce a chi rischia di restare solo».
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