Esteri

Ucraina, il conto dell’Europa sale a 220 miliardi: Kallas mette i numeri sul tavolo, ma chi deciderà il finale?

Oltre 220 miliardi di euro. È la cifra che Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha messo nero su bianco davanti alla plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, aggiornando il bilancio complessivo del sostegno che l’Unione e i suoi Stati membri hanno garantito a Kiev dall’inizio dell’invasione russa. Un numero che fotografa quattro anni e mezzo di guerra e che, con il nuovo prestito biennale già in fase di erogazione, è destinato a crescere ancora.

Le cifre snocciolate da Kallas in plenaria

Il quadro finanziario illustrato dalla ex premier estone si articola su tre livelli distinti.

Il sostegno complessivo ha superato i 220 miliardi di euro e comprende aiuti finanziari, umanitari e di bilancio, ovvero tutto ciò che ha permesso allo Stato ucraino di continuare a funzionare, pagare stipendi e pensioni e mantenere in piedi i servizi essenziali sotto i bombardamenti.

Il supporto militare, all’interno di questa somma, vale da solo più di 78 miliardi di euro: armamenti, equipaggiamenti, addestramento e assistenza alla difesa, forniti sia attraverso canali comunitari come lo Strumento europeo per la pace sia tramite le donazioni bilaterali dei singoli governi.

Il terzo pilastro è quello che guarda avanti: il prestito da 90 miliardi di euro spalmato sul biennio 2026-2027, di cui 60 miliardi destinati alle necessità militari e 30 all’assistenza macrofinanziaria e al sostegno del bilancio ucraino. Kallas ha inoltre annunciato la predisposizione di un ulteriore miliardo di euro attraverso lo Strumento europeo per la pace e ha richiamato il 21° pacchetto di sanzioni, che secondo Bruxelles avrebbe già sottratto all’economia russa risorse per circa mille miliardi di euro.

Sul fronte umanitario, l’Alta rappresentante ha denunciato la distruzione di circa il 90% delle capacità di stoccaggio del grano ucraino negli ultimi mesi di attacchi, citando i 75 milioni di euro stanziati per la riparazione degli alloggi, l’isolamento termico e la preparazione all’inverno. Ha infine anticipato che a New York i rappresentanti europei discuteranno di un’iniziativa per una moratoria sugli attacchi nel Mar Nero.

Come funziona il prestito da 90 miliardi

Il cosiddetto Ukraine Support Loan è stato concordato dal Consiglio europeo il 18 dicembre 2025, presentato dalla Commissione il 14 gennaio 2026, approvato dal Parlamento europeo l’11 febbraio e finalizzato dal Consiglio il 23 aprile. Le prime erogazioni sono partite nel secondo trimestre dell’anno. Venerdì scorso Bruxelles ha versato una nuova tranche da 3,3 miliardi di euro nell’ambito della cosiddetta “finestra difesa”, la quarta del programma, che secondo Kiev servirà in particolare per missili e droni. Per il solo 2026 la componente militare del prestito assegnata a Kiev ammonta a 28,3 miliardi.

Il meccanismo è quello di un prestito a ricorso limitato: l’Unione si indebita sui mercati dei capitali, garantendo l’operazione con il margine di manovra del bilancio pluriennale. Gli interessi vengono coperti dal bilancio Ue, con un costo stimato dalla Commissione in circa un miliardo per il 2027 e circa tre miliardi all’anno a partire dal 2028.

Il punto delicato sta nel capitale. L’Ucraina sarà tenuta a restituirlo solo quando riceverà le riparazioni di guerra dalla Russia. Il Consiglio europeo si è riservato il diritto di utilizzare a questo scopo gli asset russi immobilizzati in Europa, che resteranno congelati fino al pagamento delle riparazioni. Ma tradotto in termini concreti, significa che il rimborso è legato a un evento che oggi non ha né una data né una certezza politica.

Non tutti i Ventisette hanno aderito: Cechia, Ungheria e Slovacchia hanno scelto di restare fuori dalla garanzia, costringendo gli altri a ricorrere alla procedura di cooperazione rafforzata per aggirare l’assenza di unanimità. Il clima nell’emiciclo non è stato dei più sereni: durante il dibattito l’eurodeputato slovacco Ľuboš Blaha ha attaccato duramente Kallas, accusando la leadership europea di rappresentare una minaccia per l’Unione maggiore della stessa Russia.

Il precedente che non si ripeterà

Chi ricorda le vicende dei grandi crediti di guerra sa che in passato l’Europa ha almeno potuto contare su forme di compensazione, fossero anche in natura. Con l’Ucraina il conto sarà molto più grande, e non ci sarà nemmeno la consolazione di dire che il debito viene ripagato con il grano: con nove decimi della capacità di stoccaggio cerealicola ridotta in macerie, quella leva non esiste più. Il rimborso del prestito da 90 miliardi resta agganciato esclusivamente alle riparazioni russe, cioè all’esito di un negoziato che ancora non c’è.

La domanda che pesa più dei numeri

Kallas ha chiesto agli eurodeputati di non “minare” quanto l’Europa sta già facendo e ha ribadito che Kiev ha bisogno di un sostegno crescente. Ma dietro il bilancio contabile si nasconde la questione politica che nessuno a Strasburgo ha sciolto.

Dopo aver messo sul tavolo soldi, armi e l’impegno per la ricostruzione, l’Europa siederà al tavolo dove si decide davvero la fine del conflitto, o resterà fuori dalla stanza? Il rischio concreto, mentre i canali negoziali si muovono su assi che non passano necessariamente per Bruxelles, è quello di aver finanziato la partita senza avere voce sul risultato.

Pagare il conto e non decidere il finale sarebbe la beffa perfetta. E i 220 miliardi di Kallas, più che un traguardo, rischiano di diventare la misura esatta di quanto l’Unione abbia da perdere se quella sedia resterà vuota.

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