L’Italia chiude la presenza militare in Iraq: via le truppe, restano solo due Carabinieri. Ecco il bilancio finale tra costi, caduti e scenari futuri
Gli ultimi militari italiani hanno lasciato l’Iraq. Con il rientro dei team incaricati del recupero e del trasferimento dei materiali logistici si chiude oggi, 29 settembre 2026, la presenza delle nostre Forze Armate nel Paese, a un giorno dalla scadenza del 30 settembre concordata con Baghdad. Lo ha annunciato il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha voluto chiarire subito la natura del disimpegno: «Da domani viene meno la nostra presenza militare in Iraq. Non per una decisione italiana, ma perché entriamo in una fase diversa, concordata con le Autorità irachene e con i Paesi partner, che prevede la piena assunzione di responsabilità da parte delle forze di sicurezza irachene».
Le parole di Crosetto
Il ministro ha ricordato che l’impegno è «durato dodici anni, nel corso dei quali migliaia di nostri militari hanno operato in Iraq, contribuendo alla lotta contro Daesh, alla sicurezza del Paese e alla formazione delle Forze Armate irachene e delle forze di sicurezza del Kurdistan iracheno».
Il rientro, ha precisato, «non significa la fine del rapporto con un Paese importante e amico, né preclude future forme di collaborazione». Al contrario: «Cambia la forma del nostro rapporto: meno presenza militare sul terreno e sempre più collaborazione, formazione, scambio di competenze e sviluppo delle capacità delle Forze Armate irachene».
Chiusura dedicata al personale: «Ringrazio gli uomini e le donne delle nostre Forze Armate che hanno servito in Iraq in questi dodici anni. Hanno fatto il loro dovere con professionalità, spirito di sacrificio e senso di responsabilità. A tutti loro va la mia gratitudine».
Cosa resta sul terreno e dove si spostano le missioni
L’Operazione Inherent Resolve della Coalizione internazionale e la NATO Mission Iraq non si fermano: continueranno a operare da altri Paesi. La missione dell’Alleanza, in particolare, resterà attiva dalla sede temporanea di Lago Patria, in provincia di Napoli, presso il Joint Force Command Naples.
In territorio iracheno rimangono soltanto due Carabinieri inseriti nella missione civile dell’Unione Europea EUAM Iraq, autorizzata dal governo di Baghdad.
Il calendario era noto da tempo. L’intesa tra Baghdad e Washington del settembre 2024 aveva fissato a fine settembre 2026 il termine per la chiusura della missione della Coalizione contro lo Stato islamico. A gennaio l’Iraq aveva già annunciato lo sgombero completo delle basi nel territorio federale, Kurdistan autonomo escluso. Il 30 settembre sarà celebrato dal governo iracheno come “Giornata della sovranità nazionale”.
Il drone su Camp Singara e il ripiegamento anticipato
Il grosso del contingente italiano era in realtà già rientrato a marzo 2026, quando la guerra contro l’Iran è arrivata dentro la base di Erbil. Dal 28 febbraio, giorno dell’avvio delle operazioni di Stati Uniti e Israele contro Teheran, le basi nel Kurdistan iracheno sono finite sotto attacco con regolarità.
Nella notte tra l’11 e il 12 marzo un drone Shahed ha colpito Camp Singara, l’installazione italiana all’interno dell’aeroporto di Erbil, distruggendo un mezzo militare e danneggiando alcune infrastrutture. Gli oltre trecento militari presenti erano già nel bunker: nessun ferito. L’attacco è stato rivendicato da milizie sciite irachene filoiraniane. Nelle stesse ore un altro drone uccideva un soldato francese e ne feriva sei in una base del governatorato di Erbil.
In quell’occasione Crosetto aveva fornito i numeri di un ripiegamento già in corso: circa cento militari rientrati in Italia, una quarantina trasferiti in Giordania e 141 ancora da far uscire via terra, probabilmente attraverso la Turchia, perché non era possibile inviare un aereo. Nei giorni successivi avevano annunciato il ritiro anche Ungheria e Polonia, mentre l’allora premier iracheno Mohammed Shia al-Sudani spiegava che Baghdad, d’intesa con gli alleati, avrebbe anticipato la fine della Coalizione.
Prima Parthica: dodici anni di addestramento, zero caduti per fuoco ostile
Il conteggio dei «dodici anni» citato dal ministro parte dal 2014, quando le divisioni irachene si dissolsero a Mosul davanti a poche migliaia di miliziani dello Stato islamico. Ad agosto di quell’anno l’Aeronautica avviò le prime missioni di trasporto di aiuti umanitari; il 14 ottobre partì ufficialmente l’operazione Prima Parthica, all’interno di Inherent Resolve.
L’Italia attivò il Kurdistan Training Coordination Center di Erbil e la Police Task Force di Baghdad, guidata dall’Arma dei Carabinieri. Le forze speciali della Task Force 44, di base a Kirkuk, addestrarono il Counter Terrorism Service iracheno e le unità speciali curde. Dal Kuwait gli assetti dell’Aeronautica garantivano ricognizione e rifornimento in volo per la Coalizione.
Il picco arrivò con l’offensiva su Mosul: 1.400 militari nel 2016, per un costo di 334 milioni, saliti a 1.500 nel 2017. Circa cinquecento di loro furono schierati a protezione del personale della Trevi, impegnata nel risanamento della diga di Mosul, a 38 chilometri da una città allora ancora in mano al Califfato. A gennaio 2017 i peshmerga formati dagli italiani erano circa settemila, sui 18mila usciti dal centro di Erbil; nel complesso iracheni e curdi addestrati dai nostri militari si contano in decine di migliaia.
La fine territoriale di Daesh non azzerò i rischi. Il 10 novembre 2019 un ordigno ferì cinque operatori delle forze speciali – due del 9° Col Moschin e tre incursori del Comsubin – con rivendicazione dello Stato islamico via Amaq. A gennaio 2020, dopo l’uccisione di Qassem Soleimani, i missili iraniani su Erbil costrinsero il contingente nei rifugi. In dodici anni Prima Parthica non ha registrato caduti per azione ostile; un sottufficiale della Marina è morto per un malore improvviso a Baghdad nel 2019. Tra maggio 2022 e maggio 2023 l’Italia ha inoltre guidato la NATO Mission Iraq, coordinando 26 Paesi alleati e due partner e contribuendo, tra l’altro, alla difesa cibernetica irachena.
Da Antica Babilonia a Nassiriya: l’altra storia italiana in Iraq
La presenza italiana nel Paese non è stata continua dal 2003, ma si divide in due blocchi distinti. Il primo è Antica Babilonia, avviata nel luglio 2003 dopo la caduta di Saddam Hussein: oltre tremila militari schierati nel sud sciita, con base principale a Nassiriya, capoluogo del Dhi Qar. In tre anni e mezzo si avvicendarono circa trentamila italiani.
Il 12 novembre 2003 un camion carico di esplosivo fu lanciato contro la base Maestrale: 28 morti, di cui 19 italiani – dodici Carabinieri, cinque militari dell’Esercito e due civili. Per le Forze Armate la perdita più pesante dal dopoguerra. Tra aprile e agosto 2004 i bersaglieri combatterono contro l’Esercito del Mahdi per il controllo dei ponti sull’Eufrate. Il 4 marzo 2005 il funzionario del Sismi Nicola Calipari fu ucciso dal fuoco di soldati americani mentre accompagnava all’aeroporto di Baghdad la giornalista appena liberata Giuliana Sgrena. Alla chiusura della missione, decisa dal governo Prodi e completata il 1° dicembre 2006, gli italiani morti in Iraq erano 39. Fino al 2011 restarono a Baghdad solo i Carabinieri della missione addestrativa NATO per la polizia irachena.
Il conto economico
Dal 2003 l’Italia ha speso in Iraq ben oltre quattro miliardi di euro. La sola Antica Babilonia è costata 1,75 miliardi. Nel rapporto del 2017, relativo ai primi quattordici anni, a oltre 2,6 miliardi di spesa militare corrispondevano 360 milioni per cooperazione e assistenza civile. Secondo l’osservatorio Mil€x, Prima Parthica dal 2014 al 2021 aveva già superato i 2,3 miliardi. Per il 2025 la Camera ha indicato un fabbisogno di 272,8 milioni.
Che Iraq lasciamo
Il Paese che le forze della Coalizione abbandonano è fragile. Dopo il voto di novembre 2025 l’Iraq è rimasto per mesi senza governo; lo stallo si è sbloccato solo dopo l’intervento di Donald Trump contro Nouri al-Maliki, con la minaccia di sospendere ogni sostegno in caso di un suo ritorno. L’11 aprile il parlamento ha eletto presidente Nizar Amedi; il premier Ali al-Zaidi, quarantenne senza precedenti esperienze politiche o di governo, ha giurato con una squadra incompleta, priva dei ministri dell’Interno e della Difesa.
Il 21 marzo la guerra contro l’Iran ha investito direttamente l’Iraq, con gli attacchi di Teheran contro 27 basi americane nella regione in ventiquattro ore. A giugno il governo aveva fissato al 30 settembre anche il termine per il disarmo delle fazioni filoiraniane: hanno aderito diverse milizie, compresa l’erede di quell’Esercito del Mahdi contro cui combatterono i bersaglieri nel 2004, ma cinque gruppi hanno detto no. Ad agosto il consigliere per la sicurezza nazionale Qasim al-Araji ha separato le due scadenze: il 30 settembre vale per la partenza della Coalizione, non per la consegna delle armi. Kataib Sayyid al-Shuhada ha posto dieci condizioni, tra cui il ritiro delle truppe americane e turche. Il piano prevede che le armi vengano registrate e custodite dalle Forze di mobilitazione popolare, con i miliziani arruolati a titolo individuale.
A Erbil la Coalizione è ormai presente solo all’aeroporto e i curdi temono di restare scoperti contro i droni che hanno colpito ripetutamente la regione: il 17 agosto hanno centrato l’ufficio del primo ministro regionale. Con il ritiro gli Stati Uniti porteranno via anche i sistemi di difesa aerea e dal 30 settembre cesseranno gli stipendi diretti ai peshmerga, sostituiti da un sostegno tecnico e logistico.
La nuova fase: 196 militari e la candidatura al comando NATO 2027
Roma non intende sparire. Nei recenti colloqui il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, e l’omologo iracheno, generale Abdul Amir Yarallah, hanno confermato la volontà di preservare e sviluppare il rapporto bilaterale, proseguendo scambio di competenze e programmi di formazione e sviluppo delle capacità.
Dopo il Comitato militare NATO di Copenaghen, lo Stato Maggiore ha reso nota la candidatura italiana al comando della NATO Mission Iraq nel 2027, incarico non ancora assegnato. Il 14 maggio il Consiglio dei ministri ha inoltre deliberato una nuova missione bilaterale in Iraq, oggi all’esame delle Camere: 196 militari, cinque mezzi aerei e circa 9,5 milioni di euro. Il mandato prevede il rafforzamento delle capacità irachene in polizia, sminamento e intelligence, con attenzione al terrorismo residuo e al controllo delle frontiere, oltre al supporto alla cybersecurity e a una componente di cooperazione civile e umanitaria.
Meno stivali sul terreno, più formazione e competenze: è questa, sulla carta, la formula con cui l’Italia intende restare in Iraq dopo aver ammainato la bandiera.
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