«Adesso viene mio padre e te la fa vedere»: i dettagli sul finanziere massacrato a Bari, il 15enne chiama il genitore pregiudicato e il branco lo riduce in fin di vita
Il controllo nel cortile e la minaccia che gela il sangue
Basta un attimo perché una banale notte d’estate si trasformi in un incubo di sangue. Per un appuntato scelto della Guardia di Finanza, in servizio al Gruppo Pronto Impiego di Bari, quell’istante scatta intorno alla mezzanotte tra il 2 e il 3 luglio, nel quartiere Poggiofranco. Non indossa la divisa, è libero dal servizio e sta rientrando a casa con un collega.
Quando vede due ragazzi infilarsi nel cortile condominiale di viale del Concilio Vaticano II, intenti – secondo la ricostruzione degli investigatori – a danneggiare un’auto in sosta, non si volta dall’altra parte. All’inizio si presenta semplicemente come uno che abita lì. I due adolescenti lo mandano al diavolo. Allora si qualifica, chiede i documenti. Un gesto ordinario, di controllo e protezione.
La risposta non è il timore, non è la fuga. Uno dei due lo colpisce subito al volto; il militare riesce a bloccarlo, ma viene colpito alle gambe dall’altro. I due si allontanano e il più giovane, 15 anni, con precedenti di polizia, pronuncia una frase che ribalta ogni gerarchia di valori: «Mio padre sta alla pizzeria, adesso viene qui e te la fa vedere». Il padre, in quelle parole, non è l’autorità che rimprovera. È il braccio da invocare per regolare i conti.
Il padre arriva davvero. Ma non per fare il genitore
E il padre arriva. N. L., 42 anni, un curriculum criminale che parte dal 1999 e arriva al 2018: furto, rapina, droga, resistenza a pubblico ufficiale, truffa e reati di mafia. Non arriva per sottrarre il figlio a una brutta situazione, né per insegnargli il rispetto delle regole. Arriva come capo di un branco.
L’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip del Tribunale di Bari Antonella Cafagna fotografa una ferocia che toglie il fiato. Il finanziere prova a spiegare all’adulto cosa è appena successo. Non c’è dialogo. Il primo colpo è un pugno in pieno volto, tra l’occhio e la tempia destra, sferrato con tutta la forza, fino a far stramazzare a terra il militare.
A pochi metri il figlio osserva. Il padre si volta verso di lui. Non servono parole: la scena, letta nelle carte, è quella di una lezione impartita sul campo. Questo succede a chi si mette in mezzo. È il segnale d’inizio del linciaggio.
Quattro-cinque minuti di pestaggio in piazzetta dei Papi
In pochi secondi al padre si uniscono il ragazzino e altri soggetti: un gruppo di almeno cinque persone, tutt’ora non identificate, che si avventa su un uomo solo. Il pestaggio si consuma in piazzetta dei Papi e dura, secondo gli atti, tra i quattro e i cinque minuti.
Ciò che impressiona leggendo le carte è l’assenza totale di pietà. Il militare cade, perde la capacità di difendersi, ma il branco non si ferma. È un uomo robusto, ma lo calpestano, gli saltano sulla schiena, lo colpiscono con calci e pugni su testa, nuca, volto, collo, addome e schiena. Non solo con le mani: gli investigatori documentano l’uso di una pedana in legno e di telai di porte come corpi contundenti. Si va avanti fino alla perdita di coscienza della vittima. E il padre, nel frattempo, incita i ragazzi a continuare, a infierire ancora.
Il referto: 52 giorni di prognosi, ma le ferite più profonde non sono nei raggi X
Il bollettino medico è un elenco doloroso: trauma cranio-facciale, frattura dell’orbita oculare, lesioni alle vertebre lombari. La prognosi, aggravatasi con il passare delle ore, arriva a 52 giorni. Quasi due mesi.
Ma le ferite più profonde non sono scritte sui referti radiologici. Sono quelle impresse nella coscienza di una comunità che scopre come, per aver chiesto «chi siete» a un ragazzo nel cortile di casa, si possa finire a un passo dalla morte. Il finanziere è vivo per cause indipendenti dalla volontà dei suoi aggressori. È il concetto giuridico che regge l’accusa di tentato omicidio: la persistenza dell’azione, le zone del corpo colpite, il proseguire dei colpi su un uomo già incosciente.
Un patto di sangue tra padre e figlio
Questo non è un semplice episodio di resistenza a pubblico ufficiale né una pagina di cronaca nera come tante. È la cronaca di un fallimento educativo speculare. Un padre e un figlio uniti non in un progetto di vita, ma nel reato più grave che il codice contempli dopo l’omicidio consumato. Un legame di sangue che diventa patto di violenza, con un quindicenne che apprende dal genitore come si sta al mondo, se si vuole essere “rispettati”.
Le indagini: arresto dopo poco più di due mesi
Le indagini sono state rapide. Le testimonianze della vittima e del collega, precise e coincidenti, hanno permesso agli agenti del Commissariato Nuova Carrassi, guidati dalla primo dirigente Simona Romano, di ricostruire la dinamica e risalire al 42enne. Il lavoro, coordinato dal pubblico ministero della Procura di Bari Matteo Soave, si è concluso con l’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere: l’uomo risponde di tentato omicidio e resistenza a pubblico ufficiale, «in concorso con il figlio minorenne e altre persone, più di cinque, non identificate».
La posizione del quindicenne è ora all’esame del Tribunale per i minorenni, mentre proseguono le indagini per dare un nome e un volto agli altri componenti del branco. Alcuni dei minori coinvolti sarebbero già stati individuati.
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