Caserme, l’Esercito chiude i rubinetti: «Non siamo più in grado di cedere alcunché». La direttiva di Masiello che inverte la rotta delle dismissioni
Lo stop annunciato a Palazzo Widmann
L’Esercito non cede più nulla. Almeno per ora. Il generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, lo ha detto senza giri di parole lunedì 21 settembre 2026 a Bolzano, nel giorno in cui Stato e Provincia autonoma firmavano a Palazzo Widmann il settimo atto di permuta sugli immobili militari altoatesini. Una cerimonia pensata per celebrare la chiusura di un altro capitolo del lungo percorso di trasferimento del patrimonio della Difesa al territorio, trasformata dal generale nell’occasione per annunciare un’inversione di rotta.
«Ho dato personalmente direttiva affinché i beni ancora residui che ci sembrano superflui vengano al momento congelati», ha spiegato Masiello davanti al presidente della Provincia Arno Kompatscher, alla direttrice dell’Agenzia del Demanio Alessandra Dal Verme e ai rappresentanti del ministero dell’Interno. Poi la frase che pesa più di tutte: «Purtroppo quei tempi sono cambiati e non siamo più in grado di cedere alcunché».
Perché il quadro è cambiato
Alla base della decisione ci sono due elementi che il capo di Stato Maggiore ha richiamato esplicitamente: il mutato scenario internazionale e la discussione legislativa in corso. Secondo Masiello, il contesto attuale impone di ripensare l’approccio seguito finora nella dismissione delle infrastrutture militari, tenendo conto di «interessi di sicurezza nazionali su cui vale la pena soffermarsi».
Il ragionamento è lineare: caserme, depositi e aree che fino a ieri venivano classificate come superflue potrebbero tornare a servire. In un momento in cui la Difesa ragiona su capacità, riserve e infrastrutture da rimettere in efficienza, liberarsi di sedime già di proprietà dello Stato non è più considerato un’operazione neutra. Da qui il congelamento, che riguarda i beni ancora nella disponibilità dell’Esercito e non ancora oggetto di atti formalizzati.
L’Alto Adige, il laboratorio delle permute
Masiello ha ricordato come la forte presenza militare che ha storicamente caratterizzato l’Alto Adige abbia lasciato all’Esercito un patrimonio immobiliare particolarmente consistente. Proprio quella disponibilità ha permesso negli anni di aderire alle operazioni di trasferimento e valorizzazione concordate con la Provincia, un percorso che il generale ha rivendicato come portato avanti «con entusiasmo» e che, ha sottolineato, ha avuto in questa provincia un’intensità senza paragoni nel resto del Paese.
Il meccanismo è quello della permuta: la Provincia realizza opere per la Difesa – alloggi per il personale, ammodernamento di caserme, bonifiche – e in cambio riceve la proprietà di immobili militari non più necessari. Il protocollo d’intesa complessivo vale 430 milioni di euro, equamente divisi tra il valore dei beni ceduti dallo Stato e il costo dei lavori a carico della Provincia. Il quinto atto, firmato nell’ottobre 2022, aveva trasferito la caserma “Enrico Federico” di Brunico e una parte della “Francesco Rossi” di Merano, per 66 mila metri quadrati e 33 milioni di euro, a fronte di interventi sulle caserme Polonio e Battisti di Merano, Vittorio Veneto di Bolzano, Schenoni di Bressanone, Menini De Caroli di Vipiteno e sulle basi logistiche di Corvara e Siusi.
Cosa è stato firmato il 21 settembre
Gli atti sottoscritti lunedì vanno avanti regolarmente, perché già definiti prima della direttiva. Il pacchetto comprende:
- il protocollo d’intesa per la razionalizzazione e riorganizzazione del complesso dell’ex Sottoprefettura e dell’ex Carcere mandamentale di Merano, il cosiddetto Vecchio Tribunale, firmato con la partecipazione del commissario del Governo Maddalena Travaglini e del questore di Bolzano Giuseppe Ferrari;
- l’atto di permuta per la cessione della caserma “Rossi” di Merano, sottoscritto da Provincia e Agenzia del Demanio alla presenza dei vertici della Difesa e dell’Esercito;
- un atto ricognitorio per l’individuazione degli immobili statali non più necessari da trasferire, d’intesa, alla Provincia autonoma.
A Merano il momento simbolico è stata la consegna della chiave della caserma Rossi al presidente Kompatscher, da parte di Masiello e della direttrice Dal Verme. Si tratta di un’area di circa trenta ettari, con un valore stimato di 38 milioni di euro, che passa nella disponibilità di Provincia e Comune. L’intenzione è di proporre un utilizzo almeno temporaneo dell’area, con attività rivolte soprattutto ai giovani, in attesa della pianificazione urbanistica definitiva.
Brunico, le nuove palazzine della Lugramani
Nella stessa giornata è stata inaugurata alla caserma “Lugramani” di Brunico la nuova struttura realizzata nell’ambito del programma di permuta e intitolata al generale Ivan Resce. Il progetto è stato condotto dal Segretariato Generale della Difesa attraverso la Direzione Generale dei Lavori (Geniodife), insieme a Provincia e Demanio.
«L’ammodernamento delle infrastrutture rappresenta un investimento sul futuro dell’Esercito e, soprattutto, sui suoi uomini e sulle sue donne», ha dichiarato Masiello. «Garantire ambienti di vita e di lavoro efficienti e adeguati alle esigenze di una Forza armata moderna significa prendersi cura del personale e rafforzarne la capacità di assolvere, ogni giorno, la propria missione». Il generale ha aggiunto che «la risorsa umana resta il principale sistema d’arma dell’Esercito» e che investire su di essa «significa creare le condizioni per affrontare con maggiore efficacia le sfide di domani», riconoscendo il ruolo della «pluriennale collaborazione tra Difesa, istituzioni e territorio».
Un modello che si ferma
Il messaggio uscito da Bolzano è duplice. Da un lato, la Difesa conferma di aver ottenuto dal modello altoatesino strutture nuove per il personale in servizio, e non intende disconoscerlo. Dall’altro, il settimo atto di permuta rischia di essere l’ultimo di una serie: i beni residui che sarebbero potuti finire nel prossimo accordo restano, per direttiva del capo di Stato Maggiore, sotto il controllo dell’Esercito.
Per la Provincia, che negli anni ha costruito su queste operazioni una parte della propria programmazione urbanistica e abitativa, il congelamento apre una fase di incertezza. Per i comuni che attendevano il ritorno di aree militari da destinare a parchi, edilizia o servizi, il segnale è altrettanto chiaro. Il generale non ha indicato una durata dello stop né i criteri con cui i beni verranno rivalutati: «al momento» resta la sola indicazione temporale, mentre il riferimento alla discussione legislativa in corso lascia intendere che il quadro normativo sulle dismissioni potrebbe a sua volta essere ridisegnato.
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