Perché la storica caserma dei carabinieri di Piazza del Popolo non può diventare un affare immobiliare. Chiesto il coinvolgimento di Mattarella, Meloni e Crosetto
Dopo la lettera aperta di agosto, il sindacato rilancia: una commemorazione solenne per i Carabinieri deportati dai tedeschi. La caserma “non è un immobile da mettere a reddito”
Il secondo affondo di USMIA sulla “Giacomo Acqua”
Non si è chiusa con la lettera aperta del 12 agosto la partita sulla Caserma “Giacomo Acqua” di Piazza del Popolo. USMIA Carabinieri torna alla carica e questa volta si rivolge direttamente al Comandante Generale dell’Arma, Generale di Corpo d’Armata Salvatore Luongo, con una proposta che sposta il terreno del confronto: dalla difesa dell’immobile alla valorizzazione della memoria che quelle mura custodiscono.
Il documento, datato 28 settembre, chiede di promuovere proprio nella sede del Comando Legione Carabinieri Lazio una solenne commemorazione dedicata agli Internati Militari Italiani e ai Carabinieri coinvolti nel rastrellamento del 7 ottobre 1943. Una data che l’Arma conosce bene e che, per il sindacato, rende impossibile trattare la caserma come una semplice voce di bilancio.
Il messaggio è chiaro e non lascia margini di ambiguità: “Un luogo che custodisce una pagina della storia dell’Arma e dell’Italia non può essere considerato un semplice immobile”.
Cosa accadde il 7 ottobre 1943
Per capire il peso della proposta bisogna tornare all’autunno del 1943. All’alba del 7 ottobre, paracadutisti tedeschi e SS circondarono le principali caserme dell’Arma nella Capitale. I Carabinieri, in gran parte senza armi a disposizione, vennero disarmati, arrestati e rinchiusi nelle caserme Pastrengo, Podgora, Lamarmora, nella sede della Legione Allievi e nella Caserma Acqua.
L’ordine portava la firma del maresciallo Rodolfo Graziani, ministro della Repubblica Sociale Italiana, ed era stato sollecitato da Herbert Kappler, capo delle SS a Roma, con l’avallo di Kesselring. Circa 2.500 uomini, tra Carabinieri, allievi e militari dello Squadrone Guardie, furono caricati sugli autocarri e deportati prima nel Nord Italia e poi in Germania. Il numero esatto resta incerto: i tedeschi bruciarono gli archivi delle caserme occupate.
Non fu un’operazione casuale. La neutralizzazione dell’Arma, fedele al Re e non al fascismo, servì a preparare il terreno al rastrellamento del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, nove giorni dopo.
Quei Carabinieri entrarono così nella tragica vicenda degli Internati Militari Italiani (IMI): i militari catturati dopo l’8 settembre e deportati per aver rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e di continuare a combattere al fianco dei tedeschi. Uno status giuridico peggiore di quello dei prigionieri di guerra, senza le tutele della Convenzione di Ginevra e senza l’assistenza della Croce Rossa.
Il Quirinale e Palazzo Chigi a Piazza del Popolo
La richiesta di USMIA non punta a una cerimonia interna. Il sindacato chiede al Comandante Generale di valutare il coinvolgimento delle massime Autorità dello Stato, per conferire all’iniziativa “la necessaria solennità nazionale”.
Nell’elenco degli auspicati ci sono il Presidente della Repubblica, la Presidente del Consiglio dei Ministri, il Ministro della Difesa, le più alte autorità civili, militari e religiose, le rappresentanze impegnate nella conservazione della memoria degli IMI e l’Associazione Nazionale Carabinieri in congedo.
La data resta da definire, ma la scelta del luogo è il cuore della proposta. Portare le istituzioni dentro la “Giacomo Acqua” significa, di fatto, certificarne il valore storico e istituzionale. Un modo elegante per blindare la caserma che, secondo USMIA, rischia di finire in una logica di valorizzazione immobiliare.
Le scuole e l’articolo 11 della Costituzione
C’è un passaggio della proposta che guarda oltre la cerimonia. USMIA insiste sulla presenza delle scolaresche, perché “la storia, i simboli e il sacrificio di chi ci ha preceduto possano essere conosciuti e tramandati alle nuove generazioni”.
La memoria, nella visione del sindacato, non è un rito da consumare una volta l’anno. Deve diventare “uno strumento attraverso il quale far comprendere ai giovani il valore della libertà e della democrazia conquistate grazie al coraggio e al sacrificio di chi ha difeso le proprie scelte e i propri valori anche nei momenti più drammatici della nostra storia”.
Il riferimento costituzionale scelto è l’articolo 11, quello che lega la Repubblica al ripudio della guerra e alla pace. Un collegamento non scontato, che colloca i Carabinieri deportati del 1943 tra i fondamenti dell’Italia democratica.
Dalla difesa dell’immobile alla difesa della memoria
La proposta del 28 settembre è il secondo tempo di una strategia iniziata ad agosto. Con la lettera aperta del 12 agosto, USMIA aveva chiesto alle massime Autorità dello Stato un intervento a tutela della destinazione e dell’integrità della caserma, primo acquartieramento dei Carabinieri Reali a Roma dopo il settembre 1870.
Allora il Segretario Generale Carmine Caforio era stato netto: “Non è una caserma qualsiasi. È il luogo in cui prende forma lo Stato italiano nella Capitale. Attraversa il Risorgimento, il Novecento e la deportazione dei nostri Carabinieri. Non può essere trattata come un immobile da mettere a reddito”.
Oggi la richiesta di salvaguardia si affianca a una proposta operativa: rafforzare il ruolo della “Giacomo Acqua” quale testimonianza viva della memoria dell’Arma e della Nazione. Preservarla, scrive USMIA, “significa consentire alle generazioni presenti e future di conoscere ciò che quelle mura hanno rappresentato nella storia dell’Arma dei Carabinieri, di Roma e dell’Italia”.
Il sindacato ha già manifestato piena disponibilità a collaborare alla realizzazione dell’iniziativa nelle forme che il Comando riterrà più appropriate. La palla passa ora al Generale Luongo. Il 7 ottobre è alle porte e il silenzio, questa volta, peserebbe più di una risposta.
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