Asso, i post-it contro i colleghi, il rancore verso il capo e quegli spari a gennaio: tutti i fantasmi di Antonio Milia

Appunti sparsi. Anzi bigliettini sparsi, scritti dal brigadiere e posizionati nei corridoi, negli uffici, nelle sale comuni della caserma affinché i colleghi li trovassero e vi leggessero la narrazione delle persecuzioni che Milia (si pronuncia accentando la seconda «i») era convinto di subire. Quel carabiniere lo detestava, quell’altro lo aveva in invidia, quell’altro voleva ostacolargli la carriera… E sempre, sempre e comunque, le colpe maggiori andavano attribuite al comandante il quale, nella testa di Milia, proprio non capiva, non ci arrivava, nutrito di pregiudizi.

Definirli «i pizzini del brigadiere» appare certo offensivo; e però, in questa scelta comunicativa del brigadiere e dapprima analizzandone i contenuti, si osserva la progressiva sofferenza di un uomo che, in questa stessa caserma, pur senza colpire nessuno, aveva già sparato. A gennaio. Aveva estratto l’arma ed esploso proiettili contro il pavimento, in preda a convulsioni. L’avevano fermato e lì era iniziato il periodo dei ricoveri.

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La caserma di Asso è immensa rispetto al territorio sul quale vigilare; un luogo infossato anziché torreggiante. Milia è uno dei carabinieri anziani. L’altro è il piantone. L’omicidio si è concluso proprio a ridosso della guardiola. Il piantone si è sentito male l’intera notte, roso dai sensi di colpa per non esser intervenuto, per non aver tentato una sortita contro il brigadiere; la moglie gli è stata accanto, ad accarezzarlo, per evitare che le condizioni di salute si aggravassero.

C’è, in questa storia, «molta» Arma, con i suoi antichi presidi sul territorio, il suo personale forse troppo stanziale e troppo anziano rispetto alle necessità, al giorno d’oggi, e con la burocrazia che complica il lavoro perfino dell’eccellenza: i Gis. Si fa torto alla cronaca, nella notte di Asso fra cielo limpido, sferzate di vento dalle alture e vicini che sbirciano scostando le tende a fiorellini, non menzionare cumuli di documenti a ridosso della cancellata della caserma. Ovvero i moduli che il Gis doveva completare e mostrare al pm nella valutazione delle azioni da compiere. Burocrazia perfino nell’emergenza, un’emergenza risolta senza ulteriori vittime ma con il lieve ferimento di uno dei medesimi Gis, a causa dalla mancata messa in sicurezza della pistola deposta da Milia (un colpo accidentale contro una gamba).

Una lunga negoziazione. Per lasciar sfogare il brigadiere. Ascoltarlo. Placarne i propositi di suicidio. Indirizzare i pensieri ai suoi tre figli, a cominciare dalla più piccola, di dieci anni. In quest’infinita fase di mediazione, col freddo che asciugava il sudore di un Milia in piedi, la pistola salda in mano, i piedi che sfioravano il cadavere del comandante, c’erano luci negli alloggi che via via si spegnevano. Le due famiglie di Milia e Furceri abitano in ampie case confinanti. Nessuno ha visto l’epilogo, buio e silenzioso: le pistole elettriche taser del Gis a rendere inerme il brigadiere, in aggiunta sfiorato dai denti del cane dell’unità cinofila per convincerlo a non muoversi. Dei semplici graffi, ma Milia mormorava, lamentando dolore.

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