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(di Andrea Rossini) – Si era ammalato per l’esposizione alle armi contenenti uranio impoverito durante le missioni all’estero. Adesso, dopo anni di battaglie giudiziarie, il Tar dell’Emilia Romagna ha condannato il ministero della Difesa a risarcire il militare con la somma di 56mila euro, ma soprattutto a corrispondergli un vitalizio complessivo di duemilacinquecento euro al mese.

Al caporalmaggiore, non ancora quarantenne, è stata riconosciuta la causa di servizio per un’invalidità civile del 25 per cento. Nel frattempo, sebbene lamentò postumi permanenti, è tornato in servizio a Rimini, al settimo reggimento Vega. L’assegno mensile del caporalmaggiore è frutto della somma di tre diversi indennizzi (è stato equiparato alle vittime di terrorismo oltre che a quelle del dovere) e da oggi, come scherzano i suoi commilitoni, guadagnerà più di un generale. Ne avrebbe fatto volentieri a meno: «Durante la malattia ho affrontato un incubo nel più totale abbandono e porterò per sempre le conseguenze della malattia», si è sfogato più volte con l’avvocato Stefano Caroli che assieme al collega Luigino Biagini ha portato avanti il caso.

La decisione dei giudici rappresenta per lui una bella soddisfazione, non solo dal punto di vista economico. Il dispositivo boccia il ricorso del ministero e accoglie la richiesta del militare, impiegato in tre diverse missioni militari in Kosovo e in Iraq dal 2002 al 2006. Un impegno che gli è valso le lodi dei superiori, ma gli è anche costato la salute. In effetti, qualche anno più tardi, si è visto diagnosticare un tumore, poi “recidivato”, per il quale è stato sottoposto a un doppio intervento chirurgico. Il comitato di verifica dopo un iniziale tira e molla ha accertato, sulla base di una consulenza del compianto medico legale riminese Giovanni Olivieri, che le cause del tumore erano “dipendenti da causa di servizio” e “riconducibili in termini probabilistico-statistici alle particolari condizioni ambientali e operative di missione”. Il caporalmaggiore era cioè entrato a contatto con armamenti e proiettili a uranio impoverito senza le dovute informazioni o protezioni messe a disposizione dal ministero. I giudici amministrativi, guidati dal presidente facente funzione del Tar Umberto Giovannini, cadute le obiezioni sul probabile nesso di causalità, hanno rigettato le tesi dell’avvocatura dello Stato sull’intempestività della domanda, formulata sette mesi dopo la diagnosi e cioè trenta giorni oltre il termine. «Un lasso di tempo congruo per maturare la ragionevole ipotesi che il servizio all’estero potesse avere fatto da concausa esatta, e maturare la percezione del nesso causale con un fatto di servizio».

Il procedimento civile, per quanto travagliato, è arrivato a definizione. Resta ancora aperta la vicenda penale. Il pm Davide Ercolani ha da tempo aperto fascicolo su alcuni casi “sospetti” di militari riminesi o di stanza a Rimini (compreso il caporalmaggiore in questione) che, dopo essere stati impegnati in missioni all’estero, si sono ammalati di patologie riconducibili, almeno in astratto, all’esposizione ad ambienti contaminati da esplosioni di ordigni all’uranio impoverito.

Le ipotesi di reato a carico di ignoti, più difficili da provare per i criteri stringenti che regolano la responsabilità penale, sono di omicidio colposo e omessa esecuzione di un incarico, ex articolo 117 del codice penale militare. (CorriereRomagna.it)

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