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In queste ore ha suscitato accese polemiche un articolo a cura di Luca Cifoni per il Messaggero che riportiamo integralmente, unitamente ad una intervista al sottosegretario Angelo Rughetti sul rinnovo contrattuale del comparto sicurezza e difesa ed, in particolare, dalle cifre esposte nell’articolo.

Aumenti medi di 102 euro per Corpi di polizia e Forze armate e di 84,5 per i Vigili del fuoco. Che diventano rispettivamente 208 e 267,5 includendo oltre al contratto vero e proprio i benefici che derivano dal riordino delle carriere. Sulla base degli stanziamenti già in bilancio e di quelli annunciati, queste sono le cifre in gioco per il settore della sicurezza all’inizio della stagione dei rinnovi contrattuali. In realtà – in termini strettamente tecnici – il personale di questo settore non è contrattualizzato come lo sono ad esempio i ministeriali o i dipendenti della sanità o della scuola; la procedura che porterà agli incrementi retributivi è comunque piuttosto simile, salvo il fatto di non concludersi con la firma di un contratto ma con una disposizione legislativa che recepisce i contenuti dell’intesa.

Dunque anche per la sicurezza, (comparto nel quale lavorano quasi cinquecentomila persone) il punto di riferimento è il protocollo del 30 novembre 2016 firmato da governo e sindacati, che prevedeva un incremento retributivo mensile medio (lordo) «non inferiore a 85 euro». Rispetto a questo obiettivo, le risorse già rese disponibili con la legge di Stabilità del 2016 e quella di Bilancio del 2017 permettono di arrivare più o meno a metà strada: in base a quanto previsto nel Decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) dello scorso febbraio gli aumenti sono crescenti nei tre anni (rispettivamente +0,36%, +1,09% e +1,45% rispetto al monte salari 2015). Applicando queste percentuali alle retribuzioni medie si arriverebbe nel 2018 ad una maggiorazione intorno ai 40 euro (un po’ di più per i corpi di polizia e un po’ di meno per i vigili del fuoco). Serviranno i nuovi stanziamenti della prossima legge di Bilancio per arrivare al +3,4 per cento, che consente di sfiorare gli 85 euro per i pompieri e di andare oltre i 100 per gli altri lavoratori della sicurezza.


Poi entrano in gioco gli altri provvedimenti relativi al settore. Si tratta degli 80 euro per la sicurezza, che a differenza del credito di imposta riconosciuto alla generalità dei lavoratori dipendenti a medio e basso reddito (comprese le stesse forze dell’ordine) consistono in una voce ad hoc dello stipendio, esentasse e non utili ai fini della pensione; e dello stanziamento finalizzato all’annoso tema del riordino della carriere, che vale dal 2008 circa 1 miliardo, a cui si aggiungono 100 milioni destinati specificamente ai Vigili del fuoco. Questi ultimi avranno con questa voce un incremento più vistoso, 183 euro medie mensili nel 2018 che corrispondono a un +6,1 per cento. Per gli altri l’aumento medio mensile sarà di 106 euro (+3,3 per cento). In totale si arriva quindi rispettivamente a incrementi medi mensili di 267,5 e 208 euro.

 

Sempre con il Dpcm di febbraio è stato sciolto il nodo relativo agli 80 euro specifici per il personale della sicurezza. Una voce in qualche modo straordinaria che ora però sarà inglobata nella retribuzione e produrrà quindi anche contributi ai fini previdenziali. Il meccanismo sui cui si lavora prevede però il mantenimento di questa somma al suo valore netto per i ruoli base (agenti e truppa
in servizio permanente effettivo) attraverso l’esenzione fiscale del trattamento accessorio. Un accorgimento ad hoc che si aggiunge a quello messo a punto per la generalità dei lavoratori dipendenti, per evitare che l’incremento economico contrattuale intacchi il beneficio degli altri 80 euro, il credito d’imposta sull’Irpef che si esaurisce ad un livello di reddito di 26mila euro annui.

 

Intesa con i sindacati di polizia Forze armate e vigili del fuoco entro l’anno, in modo che gli aumenti arrivino in busta paga «a gennaio o al più tardi a febbraio». Prende questo impegno Angelo Rughetti, sottosegretario alla Pubblica amministrazione che da poco ha la delega per la trattativa nel comparto sicurezza. Tutto il mondo del lavoro pubblico attende con ansia i rinnovi contrattuali. C’è un impegno più specifico per il settore sicurezza? «Sulla sicurezza abbiamo fatto un investimento importante, con diverse misure: gli 80 euro riservati al settore, il riordino delle carriere, la riapertura della negoziazione. La somma finale andrà oltre i 200 euro al mese. Non è possibile pensare di recuperare gli anni di blocco perché i vincoli di finanza pubblica non ce lo permettono, però c’è uno sforzo verso queste persone che vuol dire “Ci teniamo a voi”. Ma le misure si inseriscono in un quadro più grande. Quindi tuteliamo le specificità del comparto ma la linea è quella definita per tutti attraverso l’intesa dello scorso 30 novembre con i sindacati. L’attenzione alla sicurezza poi ha una valenza non solo verso gli operatori. Vogliamo rafforzare i servizi di cui la gente sente più necessità. C’è insicurezza e le persone vogliono sentirsi rassicurate. La presenza delle forze dell’ordine in strada invece che negli uffici dà un senso di protezione e quindi ha una valenza maggiore. In accordo con i sindacati nella fase di contrattazione decentrata daremo un segnale di questo tipo». Ma quando pensate di chiudere? Mancano ancora le risorse aggiuntive che dovrebbero arrivare con la legge di Bilancio. «Ci aspettiamo di chiudere l’intesa entro dicembre, spero anche prima, in contemporanea con l’approvazione della legge di Bilancio. In questo modo l’accordo potrà andare alla registrazione, poi ci sarà l’emanazione del Dpr e gli aumenti arriveranno con la retribuzione di gennaio o al massimo di febbraio. Sulle risorse c’è stato l’impegno del governo Renzi prima e Gentiloni poi. Saranno stanziati gli ulteriori fondi necessari a garantire l’aumento di 85 euro a tutti. I conti li fa la Ragioneria ma parliamo di una cifra tra 1,5 e 1,7 miliardi». In questi giorni di caldo e di incendi i Vigili del Fuoco hanno lamentato il loro livello retributivo più basso rispetto alle Forze dell’ordine… «Intanto vorrei dire loro grazie per il lavoro che stanno facendo. I rappresentanti dei Vigili del Fuoco esprimono una situazione oggettiva. C’è una norma di principio che impegna il governo a riequilibrare il loro trattamento. Abbiamo iniziato a farlo con il provvedimento sul riordino delle carriere, che li premia in misura maggiore, e intendiamo andare avanti». Per tutti i dipendenti pubblici, non solo quelli della sicurezza, c’è il problema di evitare che gli aumenti vadano a ridurre il bonus 80 euro. Come pensate di fare? «Abbiamo preso l’impegno a evitare che questo accada. Il risultato sarà raggiunto attraverso il contratto, come indicato chiaramente nella direttiva all’Aran. Verrà applicato il criterio della piramide rovesciata per cui ad esempio chi guadagna 25 mila euro ne prenderà 150 di aumento e chi ne guadagna 40 mila ne avrà invece 50. È una cosa tecnicamente più che fattibile». Lo stesso nodo si porrà anche per i rinnovi contrattuali dei dipendenti privati. I pubblici avranno un trattamento diverso? «No. Distinguere tra lavoratori privati e pubblici su questo aspetto vorrebbe dire dare un segnale sbagliato. Ma anche per le altre categorie la soluzione del problema si può trovare nei contratti» I rinnovi sono molto attesi dagli interessati, ma intanto c’è una riforma della Pa che sostanzialmente deve ancora partire. «Insieme ai rinnovi contrattuali ci sono altre misure, come la stabilizzazione dei precari, la riduzione delle società partecipate o delle Camere di Commercio. La pubblica amministrazione deve garantire a tutti l’esigibilità dei propri diritti, come dice il presidente Mattarella. È diverso se una struttura dello Stato paga i fornitori in 60 giorni o in 4 mesi: la seconda azienda subisce una concorrenza sleale. Oppure se si permette di aprire un’attività in 30 giorni con il silenzio assenso invece che in un anno. Lavoriamo su questi obiettivi per tutti i cittadini. Ma il capitale umano è un elemento necessario e i rinnovi contrattuali sono la benzina per far girare questa macchina. Come anche le assunzioni. Però non è più come in passato, cerchiamo di individuare le priorità. I nuovi 2.739 ingressi nel personale della sicurezza vanno in questa direzione: è stato deciso che i 130 milioni disponibili dovevano andare dove serviva di più, anche se per qualche ministro è stato un sacrificio rinunciare ad assunzioni nel proprio settore. Negli anni 60 e 70 il lavoro pubblico era uno strumento di politica economica, un ammortizzatore sociale, o nei casi peggiori una fonte di clientelismo. Queste cose non si possono fare più, quel mondo è finito»

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