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(di Bernardo Diaz) – Attivare rapidamente la previdenza
complementare
 nel comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico per
aiutare la crescita degli assegni nei confronti dei lavoratori le cui
prestazioni saranno determinate con il sistema di calcolo contributivo e
quindi, potenzialmente, piu’ basse rispetto agli altri lavoratori del pubblico
impiego. Lo chiede al Governo in una interrogazione a risposta scritta in
Senato Lorenzo Battista, Gruppo per le Autonomie, depositata lo
scorso 22 settembre (4-04537).

La legge 8 agosto 1995, n. 335, recante la «Riforma del
sistema pensionistico obbligatorio e complementare» – ricorda Battista -, ha sancito
il cambiamento dei trattamenti previdenziali con il passaggio dal periodo di
calcolo retributivo a quello contributivo.  Successivamente, la legge 23
dicembre 1998, n. 448, all’articolo 26, comma 20, ha previsto l’istituzione di
forme pensionistiche integrative per il personale del comparto sicurezza e
difesa, attraverso procedure di negoziazione e di concertazione. Ad oggi,
la previdenza complementare nel comparto sicurezza e difesa rappresenta uno dei
tanti nodi insoluti in quanto il personale delle forze armate rientra fra quei
dipendenti pubblici che non sono stati coinvolti dal processo di
privatizzazione del pubblico impiego e i cui rapporti di lavoro, sulla scorta
del decreto legislativo n. 165 del 2001, rimangono regolati dai rispettivi
ordinamenti (ex art. 3, comma 1). 
Considerato che con le sentenze 21 marzo 2013, n.
2907/2013 e n. 2908/2013 pronunciate dalla sezione I bis del TAR per il Lazio,
i ricorrenti, militari delle forze armate, compresa l’Arma dei Carabinieri,
hanno ottenuto il riconoscimento dell’obbligo per le
amministrazioni resistenti di concludere, mediante l’emanazione di un
provvedimento espresso, il procedimento amministrativo relativo
all’introduzione della previdenza complementare
. Al fine dell’esecuzione
delle sentenze lo stesso TAR del Lazio ha nominato un commissario ad acta, al
quale veniva riconosciuto «soltanto un onere minimo indispensabile che è
quello di attivare i procedimenti negoziali interessando allo scopo le
organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative ed i Consigli Centrali di
Rappresentanza, senza tralasciare di diffidare il Ministro della Pubblica
Amministrazione e la Semplificazione ad avviare le procedure di
concertazione/contrattazione per l’intero Comparto Difesa e Sicurezza
».
Tenuto cono che il fondo pensione complementare
“Sirio
“, destinato ai dipendenti dei Ministeri, della Presidenza
del Consiglio dei ministri, degli enti pubblici non economici, delle
università, delle agenzie fiscali, dell’ENAC e del CNEL, è destinato solamente
al personale civile, quindi rappresenta, a giudizio
dell’interrogante, un danno economico alle forze armate e alle forze di polizia
ad ordinamento militare. Ad ad oggi, all’interrogante non risulta alcuna
iniziativa intrapresa dagli organi competenti al fine di risolvere questa
annosa vicenda che si ripercuote negativamente sul trattamento
economico previdenziale di quanti a breve andranno in pensione con il sistema
contributivo.

L’interrogante
chiede quindi di sapere se il Governo sia a conoscenza del vulnus
normativo descritto;  se e quali siano i tempi, nonché le modalità
attuative, per una soluzione chiara e definitiva in tema di previdenza
complementare del comparto sicurezza e difesa.

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  • Anonimo

    Ma siamo sicuri che la parte complementare che va nel fondo e che a sua volta va nel "mercato" garantirà una rendita alla fine della carriera?

  • Anonimo

    Dobbiamo pagare gli avvocati ed aspettare anni e anni per vederci riconoscere un diritto già stabilito dalla Legge 20 anni fa; se riguardava i politici o i magistrati avrebbero provveduto in 20 giorni. Era urgente intervenire strutturalmente sulle pensioni sia ora come allora, il resto non ha importanza. Ma se è lo Stato a non rispettare per primo le sue stessi Leggi come possiamo pretendere che le rispettino gli altri?