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L’aumento della speranza di vita incide sia sull’età pensionabile e sia sui requisiti contributivi e sia sul calcolo del trattamento. Non sono ammesse deroghe. Stando ai dati riportati da da Claudia Marin per il quotidiano.net, coloro che vorranno andare in pensione dal 2019 non solo dovranno attendere 5 mesi in più per farlo ma, a parità di età di uscita rispetto a oggi, subiranno un taglio dell’assegno oscillante in mediatra il 4 e il 5 per cento: in pratica perderanno 50 euro al mese su una pensione di 1.000 euro, 75 euro su una di 1.500. I cinque mesi in più della speranza di vita, infatti, incideranno sia sull’età pensionabile e sui requisiti contributivi sia sul calcolo del trattamento pensionistico.

Abbiamo anticipato – si legge su quotidiano.net –  ieri che la lettera del Presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, per i ministeri del Lavoro e dell’Economia è pronta e non ammette deroghe rispetto a quello che viene fuori dalle elaborazioni statistiche sull’aspettativa di vita da prendere in considerazione per l’incremento di età pensionabile e requisiti contributivi. Nel 2016 sul 2015, infatti, tanto per gli uomini quanto per le donne la speranza di vita è cresciuta di 5 mesi. Di conseguenza, dal 2019 l’età pensionabile salirà da 66 anni e sette mesi a 67 anni per la pensione di vecchiaia, mentre la contribuzione richiesta per quella anticipata passerà dagli attuali 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e dieci mesi per le donne (di contribuzione) a 43 anni e tre mesi e a 42 anni e tre mesi.

Fin qui l’impatto sulle condizioni di accesso al pensionamento. Ma la speranza di vita inciderà anche sui cosiddetti coefficienti di trasformazione, cioè su quei numeri che servono a trasformare, nel sistema contributivo, l’ammontare dei versamenti effettuati in rendita. I parametri di cui parliamo sono costruiti e modificati periodicamente, dal 2012 ogni tre anni e dal 2019 ogni due anni, tenendo conto di una serie di variabili demografiche (incrementi dell’età media e della speranza di vita, indici di mortalità) ed economiche (in particolare l’andamento del Pil di lungo periodo). Il che conferma che esiste un nesso tra l’andamento generale dell’economia, i fattori demografici e le modalità di trasformazione dei contributi in rendita.Se l’economia tira e tira a lungo, i numeretti saranno più favorevoli. In caso contrario, la loro modifica periodica inciderà nel ridurre i futuri assegni previdenziali. Ora, se consideriamo il trend del Pil degli ultimi anni e insieme l’incremento dell’aspettativa di vita, tutti gli addetti ai lavori stimano che i nuovi coefficienti avranno l’effetto di ridurre gli assegni in liquidazione dal 2019.

D’altra parte se si guarda ai precedenti, si scopre come la riduzione dell’importo dei trattamenti sia cominciata fin dall’adeguamento dei coefficienti avvenuto dal 2013. Per capirci, è sufficiente un esempio pratico. Ipotizzando un ammontare di contributi pari a 270mila euro (in gergo tecnico montante contributivo, pari alla somma di tutti i contributi versati nel corso della carriera lavorativa), per chi è andato via nel 2009 a 65 anni l’importo annuo della pensione è stato pari a 16.500 euro. Nel 2013, però, è avvenuto un primo cambiamento dei coefficienti e la stessa somma di 270 mila euro si è tradotta in un importo annuo di 14.675. Con l’adeguamento dei coefficienti scattato nel 2016, l’importo è sceso a 14.300 euro annui. Dal 2019, secondo tutte le stime, è prevedibile un’ulteriore sforbiciata di almeno il 5 per cento. Dunque, a parità di età di uscita, il meccanismo di adeguamento automatico dei coefficienti ha l’effetto di sterilizzare l’aumento della durata della vita media e del godimento della pensione. Con la conseguenza che l’importo della pensione tenderà a essere più basso. Un effetto poco noto del sistema contributivo, ma che finisce per gravare sugli assegni in maniera progressiva e crescente.

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