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(di Enrico Carta) – Un incredibile ribaltamento dei ruoli. Da qualunque parte si guardi il processo che vede sul banco degli imputati gli ultimi due carabinieri in servizio sino a qualche anno fa alla Compagnia di Mogoro, coinvolti nell’inchiesta sulle divise infedeli. Da un lato il pubblico ministero Rossella Spano chiede la doppia condanna a cinque anni e sei mesi per il maresciallo Mario Arnò e l’appuntanto Massimiliano Mazzotta, sottolineando che chi era deputato a garantire la legge abbia varcato il confine e si sia posto al di la di essa. D’altro canto gli avvocati della difesa hanno rovesciato la visione dei fatti e ribadito che in questa vicenda processuale si sta dando credito di più a chi i reati li ha commessi che a chi intervenne proprio per la sicurezza pubblica.

Visioni differenti con argomentazioni differenti. Le prime, in favore della condanna, sono state quelle del pubblico ministero rafforzate dagli interventi degli avvocati di parte civile. Secondo la pubblica accusa, che si fa forte di intercettazioni, riscontri documentali e testimonianze incrociate, gli ultimi due carabinieri a essere giudicati avrebbero falsificato documentazione riguardante i loro orari di lavoro, ma soprattutto avrebbero costruito prove artefatte per incastrare alcune persone. Tra queste Massimiliano Stella e Ugo Zucca, entrambi coinvolti loro malgrado in una storia di droga dalla quale infine sono usciti assolti.

Ora entrambi siedono sui banchi delle parti civili assistiti dalle avvocatesse Rita Chiara Furneri e Rossella Oppo. La prima ha richiesto per il suo cliente un risarcimento di mezzo milione di euro, la seconda una provvisionale da 20mila euro preannunciando la causa civile per quantificare l’esatta dimensione del danno subito. Il pubblico ministero ha poi posto l’accento sull’incredibile e ingiustificabile presenza di corpi di reato nei locali della caserma, dove veniva custodita droga destinata invece a essere distrutta secondo le disposizioni dell’autorità giudiziaria. Questo stupefacente era stato senza motivo mantenuto dentro un cassetto addirittura per quattro anni.

I dettagli su cui si è soffermata la pubblica accusa sono stati moltissimi per quanto poi avversati dagli avvocati difensori Franco Villa e Veronica Bongiovanni che hanno parlato di un ribaltamento di orizzonti dove la giustizia si fida maggiormente delle testimonianze di persone inaffidabili e che comunque con la droga hanno avuto contatto diretto. In più ci sono state altre persone coinvolte nell’inchiesta e nelle successive fasi processuali. C’è ad esempio chi ha definito la propria posizione con un patteggiamento e agli imputati usciti di scena sono state attribuite responsabilità sulla detenzione oltre i termini dello stupefacente incriminato che poi sarebbe stato utilizzato per incastrare le inconsapevoli vittime della calunnia che sarebbe stata costruita ad arte in caserma.

Dove sta la verità? Gli elementi sono in mano ai giudici del collegio presieduto da Carla Altieri, a latere Giuseppe Carta e Maurizio Lubrano, i quali prima di emettere la sentenza avranno modo di ascoltare le repliche delle controparti. Si torna in aula, per l’ultima volta, il 14 novembre. (La Nuova Sardegna)

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