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Alla fine qualcuno pagherà, per il giorno d’inferno che il Primo maggio 2015 venne regalato a Milano da un’orda di autonomi che misero a ferro e fuoco il centro della città per protestare contro l’inaugurazione di Expo.

Non saranno, però, né i black bloc né i loro amici dei centri sociali, rimasti quasi tutti senza volto: i pochi identificati sono stati finora trattati con i guanti dalla giustizia. A venire incastrati e condannati ad anni di carcere rischiano invece di essere otto poliziotti, otto delle centinaia di uomini che quel giorno dovettero incassare senza reagire gli insulti, le minacce e le pietrate dei manifestanti mascherati.

La Procura della Repubblica di Milano ha iscritto nel registro degli indagati otto di quegli uomini: sono un vicequestore, Angelo De Simone, dirigente del commissariato di Scalo Romana, un ispettore e sei agenti. Anche loro facevano parte del gigantesco dispositivo messo in campo dalla Questura di Milano per limitare i danni delle violenze annunciate dei contestatori, calati sulla città dall’Italia e dall’Europa nei giorni precedenti. L’ordine impartito dal Viminale era chiaro: non reagire, non contrattaccare, evitare a tutti i costi che l’immagine di Expo fosse macchiata da qualche foto di manganellata o di nasi sanguinanti. E così accadde, i violenti vennero lasciati liberi di agire, devastando la città. La promessa fu: li identificheremo e processeremo uno per uno. Nei fatti, a venire indagati sono stati in poche decine, e nessuno condannato a pene significative. Anche il protagonista dell’episodio più crudo, il pestaggio a freddo di un dirigente di polizia, se l’è cavata con la condizionale. Tutti gli inquisiti si sono visti assolvere dall’accusa di devastazione, l’unica che avrebbe comportato il rischio di finire davvero in carcere.

Tra i pochi arrestati in diretta durante gli scontri ci fu tale Mirko Leone, 27 anni, riconosciuto accanto ai lanciatori di molotov mentre gettava un pezzo di cemento contro la polizia, sfiorando e scheggiando il casco del dottor De Simone. Dopo qualche settimana di carcere passa ai domiciliari, a settembre torna libero. Nel febbraio successivo viene processato, in aula i poliziotti confermano le accuse, dando tutti lo stesso identikit dell’ultrà che aveva lanciato la pietra: felpa nera, pantaloni verdi, capelli rasati sui lati e con una coda da rasta. È Leone, indubitabilmente. Ma il giovanotto viene assolto. Non perché si dimostri che non ha lanciato il sasso, ma perché le analisi dei video contrastano con la versione dei poliziotti sul momento e sul modo in cui, a scontri finiti, sarebbe stato fermato. Relazioni messe a verbale a botta calda, dopo ore di servizio. Le incongruenze sono sufficienti al Tribunale per assolvere Leone.

Ma i giudici vanno più in là, accusano i poliziotti di avere mentito deliberatamente per incastrare il manifestante, e decidono di trasmettere gli atti alla Procura perché incrimini sia il funzionario che i tre poliziotti interrogati in aula dopo di lui. Il dubbio che quello sul luogo e l’ora del fermo possa essere stato un errore in buona fede, figlio della stanchezza, non sfora i giudici: «Non può obiettarsi o ipotizzarsi – scrive la sentenza – che a causa della difficile giornata, della tensione, dell’agitazione sia mancata la lucidità necessaria agli operanti nella fase della redazione degli atti», visto che la stessa versione è stata confermata in aula.

La Procura incrimina i quattro poliziotti per calunnia, falso ideologico e falsa testimonianza. A rincarare la dose, poche settimane fa, arriva la querela di Leone, che mette nel mirino anche altri quattro agenti colpevoli di avere firmato anche loro le relazioni di servizio. Rischiano pene fino a dodici anni di carcere e la cacciata dalla polizia. Leone, intanto, si prepara a chiedere i danni allo Stato per «ingiusta detenzione».

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