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(Di Luca Marco Comellini per Tiscali Notizie) – Il capo della polizia: “Un conto è il presidio di alcune zone, un altro è il controllo del territorio che può essere attribuito solo agli agenti”

I militari impegnati nell’operazione “Strade Sicure” praticamente non servono a nulla perché in caso di necessità non possono fare altro che chiamare le forze dell’ordine. In altre parole sono inutili per la sicurezza reale. È questa cruda realtà dell’impiego dei militari che emerge dall’analisi di quanto è accaduto nella notte tra il 16 e il 17 gennaio del 2015, quando una persona compì atti vandalici e danneggiamenti contro l’edificio dell’ambasciata di Francia a Roma. Il fatto è poi finito al centro di una inchiesta della Procura militare di Roma e poi di un processo presso il Tribunale militare della Capitale che si è concluso lo scorso 20 dicembre con l’assoluzione dall’accusa di “concorso in violata consegna pluriaggravata”, con la formula “perché il fatto non costituisce reato”, di un giovane caporale dell’Esercito che quella notte era in servizio con un commilitone.

L’operazione “Strade Sicure”, attivata nel 2008 con un primo contingente di tremila militari, è arrivata agli attuali 7.050 e proseguirà per tutto il 2017 con una spesa complessiva che alla fine di quest’anno avrà superato il mezzo miliardo di euro. La prosecuzione dell’Operazione militare l’ha decisa lo scorso 16 dicembre il Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, presieduto dal neo ministro dell’Interno, Marco Minniti. Il Comitato, spiega il Viminale in una nota, «ha svolto un’ampia e approfondita analisi sullo stato della sicurezza nel Paese, confermando la necessità di mantenere alto il livello di attenzione e vigilanza anche per i riflessi sotto il profilo dell’ordine pubblico e nei confronti degli obiettivi sensibili». Da qui la decisione di confermare il servizio di vigilanza garantito dai settemila militari armati fino ai denti che ormai presidiano con armi da guerra e mezzi blindati piazze, strade e stazioni ferroviarie delle maggiori città italiane .

Piazza Farnese, Roma. È passata da poco la mezzanotte e solo una settimana dalla strage di Charlie Hebdo. Un uomo si arrampica sulla grata a protezione di una finestra dell’ambasciata di Francia poi scende e sale sulla grata di una seconda finestra. A pochi metri dal portone dell’edificio sono posizionati due militari impegnati nell’operazione “Strade Sicure” che sembrano ignorarlo mentre sfonda la vetrata a calci e pugni. È questa la scena che le telecamere di sorveglianza dell’ambasciata hanno ripreso nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 2015 che Tiscali.it è in grado di pubblicare e che dimostrano l’inutilità dal punto di vista della sicurezza reale dell’Operazione “Strade Sicure”.

Il primo Marzo 2016 il Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale militare di Roma, Dr. Isacco Giorgio Giustiniani, accogliendo la richiesta de Procuratore Militare di Roma, Dr. Marco De Paolis, aveva disposto il rinvio a giudizio del caporale, mentre per l’altro militare in servizio quella notte il procedimento si era già concluso senza condanna, per aver egli optato per la messa alla prova. Per il Giudice dell’udienza preliminare il militare aveva violato le consegne generali e specifiche omettendo di “procedere al controllo e all’eventuale identificazione di persone e veicoli la cui presenza dovesse risultare per qualunque aspetto e/o sospetta o che potenzialmente potrebbero mettere in pericolo l’incolumità di persone o la sicurezza delle strutture vigilate” e ancora “omettendo di effettuare gli accertamenti previsti su persone sospette e di richiedere tempestivamente l’intervento degli agenti di P.S.” e inoltre aveva omesso di “prevenire e reprimere qualsiasi azione illegale diretta contro il sito stesso”.

L’apparente disinteresse dei militari che sembra emergere dal filmato video era stato evidenziato più volte dai vertici militari nel corso delle indagini e dallo stesso Pubblico Ministero durante il dibattimento processuale. Infatti, per l’accusa, proprio nel comportamento dei militari si era configurato il reato di violata consegna aggravata. Secondo il colonnello Mario Ventrone, all’epoca comandante del Raggruppamento “Roma – L’Aquila”, poi ascoltato come teste nel corso del dibattimento, proprio dal filmato ripreso dalle telecamere di sorveglianza dell’ambasciata, sarebbe emerso che i due militari in servizio quella notte non avevano “effettuato alcun tentativo di dissuasione, contenimento o repressione nei confronti dell’uomo successivamente fermato dai militari dell’Arma dei Carabinieri” e per questo motivo, anche a seguito della formulazione dell’ipotesi di reato formulata dal comandante del Comando provinciale dei carabinieri di Roma, aveva chiesto alla procura militare di Roma di valutare il comportamento in base al codice penale militare di pace.

Tra le carte del procedimento, ancora prima dello svolgersi del processo, emerge chiaramente che da parte dei vertici militari non solo vi è la convinzione che i due militari nell’occasione “hanno posto in essere un comportamento non improntato alle procedure tecnico operative previste dalle consegne stesse” e che “tale difforme comportamento si è estrinsecato sia nel mancato rispetto delle consegne generali disciplinanti il servizio nell’ambito dell’Operazione “Strade Sicure” sia di quelle specifiche relative al sito sensibile…”, ma anche la volontà di verificare “la dignità e il decoro tenuti dai militari nella circostanza” al fine della eventuale valutazione della rilevanza disciplinare.

In realtà il caporale Schirano aveva riferito tempestivamente l’accaduto ai suoi superiori precisando, come risulta dalla sua relazione di servizio, riferendosi alla persona poi effettivamente arrestata dai Carabinieri, che «Considerando che non si sarebbe potuto introdurre all’interno dell’ambasciata, poiché la finestra è protetta da una grata. Il Capo servizio ha valutato che un nostro tentativo di farlo scendere con la forza avrebbe potuto arrecargli gravi danni fisici e che non avendo alcuna via di fuga, poiché sotto la grata eravamo posizionati noi, fosse più opportuno attendere che si calmasse e scendesse volontariamente. Pertanto ha deciso che la linea d’azione più giusta da adottare era quella di intimargli in modo energico di scendere, informandolo che stava commettendo un’azione illegale verso una struttura da noi vigilata.». Nella nota poi si legge che il soggetto si rifiutava di scendere dalla grata sulla quale si era arrampicato poco prima e che quindi, il capo servizio, aveva deciso di chiamare la Sala Operativa dei Carabinieri descrivendo la situazione in atto.

Al termine del dibattimento processuale il Pubblico Ministero ha chiesto per il caporale la condanna a due mesi di reclusione mentre il suo difensore, l’avvocato Giorgio Carta, ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste motivando tale richiesta proprio in ragione della genericità delle consegne e degli specifici compiti assegnati al militare che, in buona sostanza, ben poco avrebbe potuto fare se non avvisare le forze di polizia, come in effetti fece quella sera.

Per l’avvocato Giorgio Carta, difensore del caporale assolto, il processo non si sarebbe neanche dovuto fare in quanto, «è paradossale che, in un Paese come l’Italia in cui quotidianamente i poliziotti e militari sono dissuasi finanche dal difendersi da attacchi violenti rivolti a loro stessi, per timore delle innumerevoli conseguenze processuali e risarcitorie cui andrebbero incontro, qui si contestava invece a due giovani militari dell’Esercito, sprovvisti di manganello, manette e taser (normalmente in dotazione di tutte le polizie del mondo) di aver omesso non meglio precisate azioni di contrasto e di identificazione di un ubriaco che, in fin dei conti, era appeso ad una grata e non creava alcun pericolo per la sicurezza dell’ambasciata ed, infatti, è stato arrestato dopo dieci minuti dai Carabinieri. Bisogna, insomma, chiarire una volta per tutte se vogliamo finalmente avere forze dell’ordine e militari energici con i malintenzionati ed i violenti, ma allora dobbiamo garantire loro protezione giuridica adeguata e fino in fondo. Inoltre, vanno finalmente dotati i nostri operatori di sicurezza delle armi non letali, in primis il taser, che gli consentano di arrestare i sospetti senza rimetterci la vita. Tutto il contrario di quello che accade oggi, insomma».

Lo scorso 7 dicembre, intervenendo ad un convegno su “Economia criminale, terrorismo e cyber security” organizzato dal sindacato di polizia Silp-Cgil, era stato lo stesso Capo della Polizia, Prefetto Franco Gabrielli, a puntare il dito sull’Operazione “Strade Sicure” affermando che «Sul tema dell’utilizzo dei militari per il contrasto al crimine bisogna uscire da un equivoco: noi li ringraziamo per il loro contributo, ma un conto è il presidio di alcune zone, un altro è il controllo del territorio che può essere attribuito solo alle forze di polizia».

Sull’impiego dei militari nell’operazione “Strade Sicure” nel novembre del 2015 era già intervenuto anche il Presidente del Tribunale Militare di Roma, dr. Filippo Verrone, che, nel corso di una ampia intervista rilasciata a Tiscali, aveva dichiarato che «Si tratta di professionalità che andrebbero utilizzate meglio. Ho l’impressione che sia un impiego settoriale e più di facciata perché vedo questi ragazzi che presenziano in zone sensibili con possibilità di intervento prossime allo zero perché sono legittimati ad intervenire solo a seguito di una aggressione già avvenuta e in concorso con le forze di polizia».

«La sentenza pronunciata dal Tribunale militare di Roma sposta inequivocabilmente la ragione dalla parte del Capo della Polizia di Stato e di quelli che come noi, dice a Tiscali.it Daniele Tissone, Segretario Generale del Silp-Cgil, da anni chiedono un miglior utilizzo delle risorse disponibili attraverso un ripensamento degli appostamenti previsti per i militari che servono solo a migliorare la percezione di sicurezza, non la sicurezza reale e il controllo del territorio che competono soltanto, per legge e soprattutto per capacità, alle forze dell’ordine».

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