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Il capo della Polizia Franco Gabrielli è stato audito presso la la commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie. Riportiamo uno stralcio dell’audizione (in fondo all’articolo il video dell’intera audizione).

“Consentitemi sugli organici di fare una riflessione, perché questo è un refrain che sento costantemente in giro per l’Italia. I dati a cui faccio riferimento tra le forze effettive e le forze organiche riguardano gli organici del 1989. Al di là del fatto che sono un po’ datati, nel 1989 solo la Polizia di Stato aveva un organico previsto di 117.200 unità, mentre siamo a 99.630. Nella legge Madia l’organico della Polizia è stato spostato da 117.200 a 106.000. Quindi, il decremento medio della Polizia di Stato è del 15 per cento. Quando ci sono realtà in cui i decrementi sono del 5, del 4 e del 3 per cento, è grasso che cola. C’è un altro dato sui temi dell’organico che, secondo me, è più incidente, ovvero la senilizzazione delle forze di polizia. In questo Paese c’è stata una stagione nella quale si è immaginato che i poliziotti e i carabinieri fossero troppi, ragion per cui si è bloccato il turnover e si sono cartolarizzate le scuole di polizia. Se le cose non ce le diciamo, tutto diventa complicato. Oggi nelle questure vi è una media di operatori che vanno dai 48 ai 51 anni, il che vuol dire che ci sono persone che mando sulle volanti a 54-55 anni. I due brillantissimi agenti che hanno operato a Sesto San Giovanni sono, a volte, un’eccezione. Si vede la differenza tra la capacità di reazione di persone giovani e di persone un po’ più attardate. Questo è un problema. Credo che chiedere una maggiore presenza delle forze di polizia se poi si fanno politiche di anemizzazione delle forze di polizia sia un elemento abbastanza in contraddizione.

Se andiamo, come capita spesso, alla Stazione Termini, e fermiamo le persone perché fanno borseggio, le arrestiamo e le portiamo davanti al giudice, per quelli che sono i termini di legge, lui le rimette in libertà e, quindi, la mattina dopo loro si ripresentano esattamente a fare le stesse cose. Il problema non è della capacità delle forze di polizia di fornire delle risposte. Il problema forse sono gli strumenti con i quali le forze di polizia sono chiamate a operare.

La vexata quaestio della videosorveglianza è uno dei refrain che molto spesso si sentono e che, purtroppo, hanno disperso somme ingenti di denaro, perché nel tempo si sono fatte videosorveglianze che sono diventate più arredi urbani che non strumenti per controllare il territorio. Se non c’è qualcuno che controlla, se non c’è una centralizzazione da remoto delle immagini, se non c’è un coordinamento dell’attività di videosorveglianza con l’attività di controllo del territorio effettivo, si spendono soldi. Magari si partecipa a qualche bando europeo e si alimenta un settore che va sempre bene per quanto riguarda l’occupazione, ma da un punto di vista della resa ovviamente non va. La filosofia quindi è quella per cui il territorio diventa l’oggetto privilegiato del controllo da parte di una filiera istituzionale che deve portare al controllo stesso. Anche su questo tema c’è stata una polemica abbastanza stucchevole tra militari sì, militari no. Credo che i militari siano importanti nel presidio di alcune strutture nel territorio. Il controllo del territorio è una questione che attiene alle forze di polizia, perché ovviamente il controllo del territorio, o il territorio controllato, è qualche cosa di più complesso del suo presidio. Sono due concetti completamente diversi, che mi piacerebbe si capissero, ma non perché si voglia denigrare o sminuire qualcuno. Ci mancherebbe altro. Noi siamo assolutamente felici e riconoscenti verso tutti quelli che concorrono a realizzare un territorio controllato, ma ci sono delle specificità.”