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L’Inps ha sospeso il contributo al reduce che ora si batte per una questione di principio e non certo per la cifra ridicola. È quanto scrive Giuseppe Spatola per Libero Quotidiano.

Per 75 anni ha convissuto con la memoria della grande guerra conficcata in un polmone e in una gamba. Un dramma che lo ha accompagnato per un’ intera vita, nella consapevolezza che quelle due schegge di metallo, capaci di risparmiarlo da giovane, oramai facevano parte della sua esistenza, nel bene e nel male. Ma dove non sono riusciti i medici, che non hanno mai potuto togliere le schegge senza rischiare di compromettere la salute del reduce, ci ha pensato (burocraticamente parlando) l’ Inps. Sì, perché l’ istituto di previdenza nei mesi scorsi prima ha cancellato il contributo di guerra dalla voce della pensione, quindi ha addirittura chiesto indietro all’ alpino i denari versati nell’ ultimo anno come integrazione alla pensione. Davanti a tale richiesta Serafino Preda, 95 anni, non ha fatto una piega. Interrogandosi però su come si possa cancellare in pochi istanti la storia di una vita e negare il contributo riservato agli ex combattenti a uno che la guerra l’ ha fatta davvero, in prima linea. Eppure la raccomandata della direzione provinciale di Bergamo non lascia dubbi, e chiude sostenendo che la penna nera di Valbrembo non abbia più diritto alla maggiorazione.

E dire che Preda si era arruolato più che maggiorenne e mandato in Russia nel novembre del 1942 a Rostov. «Le notti uscivamo di pattuglia – ha ricordato Preda – e una sera finimmo in un campo minato». Due schegge di quella mina saltata in aria sono ancora con lui, a ricordargli gli orrori della guerra e il suo eroismo nazionale. Non è così però per l’ amministrazione pubblica, che gli contesta la pensione da reduce composta da anzianità, reversibilità della moglie scomparsa e proprio una piccola quota da ex combattente. Quota perl’ appunto cancellata d’ imperio dall’ Inps. Nel mirino dei burocrati non ci sono cifre faraoniche: si parla di 203,13 euro per il periodo che va da gennaio 2014 a novembre 2015, vale a dire poco più di 8,8 euro al mese. Non solo. A motivare il provvedimento sarebbe il divieto di cumulo sancito dalla legge Fornero.

Una beffa che i figli dell’ alpino hanno voluto denunciare, per evitare che casi come il loro si possano ripetere e cadere nel silenzio. «Come è possibile che adesso papà non abbia più diritto a qualcosa che percepisce dalla guerra – ha sbottato il figlio Lucio -? Mio padre ha convissuto con le sue ferite per una vita, andando fiero di aver servito la patria in giovane età, strappato dal Paese e mandato al fronte. E ora che cosa dovrebbe fare? Presentare ricorso per poche centinaia di euro?

No, vogliamo solo che la questione sia di esempio per tutti. Che Stato è quello che cancella con una raccomandata la storia che lo ha fatto grande?». Ma la Fornero non lascerebbe scampo, tanto che la pensione dell’ alpino dal 2014 viene tagliuzzata, con il versamento per “servizio in prima linea” che evapora tra mille voci. «Chi vota leggi e poi non rinuncia a vitalizi, almeno rifletta su cosa succede nel mondo reale – così chiude ogni polemica il figlio del reduce -. Mio padre ha vissuto per 75 anni da ex combattente con due pezzi di ferro nel corpo. Un handicap che gli ha segnato l’ esistenza.

Ma è sempre stato orgoglioso della sua storia e anche di quei due pezzi di metallo che ne testimoniavano l’ amor di patrio. Ora l’ Inps con una lettera ha cancellato tutto».

Serafino sorride, infila l’ inseparabile cappello e fa spallucce. La Fornero non può cancellare i ricordi che lo hanno accompagnano dal fronte Russo fino alle valle bergamasche. «La guerra l’ ho fatta – conclude l’ alpino -. Malgrado quel che dice l’ Inps».

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