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Dimmi cosa pubblichi e ti dirò chi sei!
Questo potrebbe essere lo slogan che a tutti i frequentatori dei social network potremmo affibbiare, del resto ormai da anni quando accadono fatti di cronaca di un certo rilievo la prima cosa che in moltissimi vanno a cercare sono proprio i profili delle persone coinvolte.


Così accade quando si scovano dei mostri, ricordiamo gli insulti sui profili alla coppia diabolica del pronto soccorso di Saronno, colpevole, seconde le accuse, di aver deciso la vita o la morte di alcuni pazienti gravi, ma più recentemente è accaduto anche per i due poliziotti di Sesto San Giovanni il cui profilo facebook è stato fatto a pezzi pur di cercare qualcosa che ledesse l’immagine di una pericolosa e brillante operazione di polizia (successivamente oscurati proprio per tutelarli).

Profili social come specchio della nostra esistenza quindi?
Certo la tentazione di giudicare un individuo da ciò che pubblica è tanta e di certo alcuni problemi ci sono stati.

E’ stato facile infatti additare come fascisti proprio quei due colleghi che hanno ucciso il terrorista di Berlino, sono bastate alcune immagini con un abbozzato saluto romano e qualche effige del Duce per sbandierare uno scandalo  a quella parte di community che non accetta l’eroismo di due agenti.
I Social Network sono così diventati anche terreno di opportunità o inopportunità celebrativa, non si smorzano ancora le polemiche legate all’azzardo di aver diffuso i nomi di chi ha ucciso quel soldato dell’Isis a Sesto, un turbine “social” ha certamente catturato anche i vertici del Viminale le cui scelte, discutibili, attualmente non possiamo certamente ripararle….quando la rete inghiotte qualcosa è impossibile cancellare, tornare indietro!!!

Ed è nella irreversibilità della rete, nella possibilità che la rete stessa è capace di strumentalizzare che dobbiamo tutti riflettere attentamente anche alla luce di una recente sentenza del Tar del Friuli Venezia Giulia la quale di fatto rende legittima una sanzione disciplinare a un militare la cui unica colpa è aver fotografato una situazione alloggiativa disagiata recando così nocumento, grazie anche agli incontrollabili commenti e condivisioni, alla istituzione militare. ( http://infodifesa.it/militari-e-foto-su-facebook-il-tar-ledono-il-prestigio-dellamministrazione/ )
Da anni ormai assistiamo a una sorta di patologia che forse col tempo verrà riconosciuta come una malattia vera e propria, quella che semplicemente potrei definire “Condivisione Narcisistico Compulsiva “.

Questa voglia di condividere, mostrare, polemizzare, crea rischi non indifferenti alla categoria delle divise e, forse, molti di più, a chi specialmente in ambito militare, mai avrebbe pensato di dover un giorno gestire l’imbarazzo generato sul profilo social dell’ultimo militare di truppa perchè, diciamolo, quando vengono in visita certi importanti ospiti è facile gestire e non far vedere ciò che non va, più difficile è certamente controllare ogni singola esternazione di ogni singolo militare.

Dovremmo quindi leggere la sentenza del Tar Friuli come una involuzione?
La voglia di bavaglio?
Una compressione del diritto costituzionale riguardo alla libertà di manifestazione del pensiero?
Probabilmente no, di certo c’è che qualsiasi cosa che viene consegnata alla rete può essere usata nel bene e nel male, strumentalizzata, veicolata semplicemente per fornire scandalo senza proposte risolutive ma solo per danneggiare immagini e distruggere carriere.
Certo che per noi che indossiamo una divisa di sicuro è una sentenza importante e scomoda che ci deve porre nella condizione di ben valutare come e cosa pubblichiamo perché il sistema, il potere, tutto ciò che davvero “conta” di sicuro si è stufato che chiunque possa  generare inutile scandalo.

Al posto di valorizzare le rappresentanze, quelle militari in particolare, si è invece tracciato il solco per iniziare una nuova censura….forse!
Ma non è di certo nella censura che possiamo e dobbiamo trovare la soluzione ma nemmeno nella gratuita strumentalizzazione, fatta spesse volte anche da alcuni sindacati di polizia,  quella che troppo spesso è il vero motore della Social-Informazione.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

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