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(di Gian Antonio Stella) – «Lisciviatura! Chi era costei?», si chiederebbe Don
Abbondio alla vista di una disposizione della «Legione Carabinieri Lombardia»
del 29 luglio 2015, nove anni dopo l’invenzione di Twitter, 40 dopo il primo pc
portatile, 58 dopo il primo personal computer, 110 dopo il primo volo aereo,
135 dopo la prima metropolitana elettrica, 161 dopo il primo motore a scoppio,
190 dopo il primo viaggio di un treno.

Eppure nella disposizione su carta
intestata con l’elenco del materiale in uso al personale dell’Expo 2015,
scritta incredibilmente con il computer (che forse l’autore chiama, chissà,
«macchinario elaboratore elettro-meccanico a impianto binario») si legge
proprio così: «Lisciviatura degli effetti letterecci». Effetti letterecci? Qui
ci potrebbe soccorrere un ipotetico «Dizionario demenzial-burocratico» del
quale sempre più sentiamo la mancanza. Risponderebbe: «Trattasi di lenzuola,
federe e coperte nell’interpretazione comica dei burocrati più ottusi». E
vabbè. Ma «lisciviatura»? 
Parole
inesistenti
Andiamo a cercarlo nel Vocabolario degli accademici
della Crusca, considerata la «Cassazione» della lingua italiana. Risposta:
«“lisciviatura” come lemma non compare all’interno del Vocabolario». Andiamo
bene! Proviamo con il vocabolario Treccani: «Lisciviatura. Operazione (detta
anche cottura) fra le più importanti nella fabbricazione della carta. Consiste
nel liberare le fibre dalle impurità e nel trasformare le sostanze coloranti
dei cenci in composti facilmente eliminabili mediante opportuni agenti chimici,
quali il carbonato sodico, la soda caustica e la calce. Si effettua con il
lisciviatore, recipiente di norma sferico che viene posto in lenta rotazione
dopo avervi messo i cenci e versato la soluzione lisciviante». La fabbricazione
della carta? Il lisciviatore? E che c’entrano le lenzuola?
Proviamo con il Sabatini Coletti: stesso risultato. Proviamo con il
Gabrielli-Hoepli: stesso risultato. Proviamo con il Garzanti: stesso risultato.
Conclusione: la «lisciviatura» delle lenzuola, delle federe e delle coperte non
esiste. È frutto solo della ripetitività insensata di certi burocrati che
copiano e incollano senza metterci un briciolo di intelligenza propria. Ma
magari, dirà qualcuno, appartiene alla lingua più antica! Più pura! Più nobile!
Allora andiamo sul «Dizionario della Lingua Italiana» di Nicolò Tommaseo e
Bernardo Bellini, forse il più famoso di tutti, pubblicato in 8 volumi (otto
volumi!) tra il 1865 e il 1879. Sarà almeno quello all’altezza dei nostri
burocrati? Macché: «lisciviatura» non esiste neppure sul Tommaseo. 
«Galeotto»
un decreto del Ministero della Difesa

Capiamoci: non si tratta del delirio burocratese di
un mezzemaniche più o meno graduato. L’autore, purtroppo, ha semplicemente
copiato come un automa, senza rifletterci un attimo, una formula trita e
ritrita. Cercate sul web e troverete le stesse parole decine di volte. A
partire da uno spassoso decreto firmato da Sua Eccellenza Reverendissima il
Vice Direttore Generale del Ministero della Difesa, poffarbacco!, del 20
dicembre 2012: «Le quote giornaliere del noleggio mobili ed effetti letterecci
e le quote di lisciviatura, da porre a carico degli utenti degli alloggi A.P.P.
e S.L.I. per l’E.F. 2013, sono stabilite nella tabella annessa al presente
decreto, che ne costituisce parte integrante». 

Parole così diseducative, nella loro insensatezza burocratica e illegale
secondo l’articolo 11 comma 4 del Codice di comportamento dei dipendenti della
Pubblica amministrazione del 2001 («Nella redazione dei testi scritti e in
tutte le altre comunicazioni il dipendente adotti un linguaggio chiaro e
comprensibile») da rassicurare tutti i passacarte innamorati nel linguaggio più
cervellotico. Quello che Italo Calvino marchiò come «l’anti-lingua». S.O.S. a
Marianna Madia, al ministro della difesa Roberta Pinotti e a tutti i generali:
per favore, abolite la lisciviatura. Vi imploriamo in burocratese: «lisciviate»
la vostra lingua! 

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